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La rivoluzione dei gelsomini tra sogni di democrazia e pericoli

La rivoluzione dei gelsomini in Tunisia ha reso possibile il ritorno in patria di un esponente politico e religioso, leader del Partito islamico tunisino “Ennahda” (Rinascimento), Rachid Ghannouchi, i cui seguaci fanno temere per le sorti “democratiche” del paese. Ghannouchi, al ritorno dal suo esilio, durato oltre vent’anni, ha ricevuto un’accoglienza trionfale da parte dei suoi sostenitori, i salafiti (il salafismo è un movimento riformista islamico, in arabo Salafiyya, sorto in Egitto verso la metà dell’Ottocento, che postulava l’interpretazione “autentica” delle fonti originarie dell’Islam). E, da quando il deposto presidente Zine el Abidine Ben Ali è fuggito in Arabia Saudita lo scorso 11 febbraio, segnando così la fine del suo regime, sono stati molti gli episodi che giustificano i timori, nella componente laica della società tunisina, dell’ascesa di un Islam aggressivo. Il primo aprile scorso, una folla di islamici salafiti è scesa nelle strade di Tunisi per chiedere l’uso del velo integrale, ovvero il niqab, che del volto della donna fa vedere solo gli occhi, e il lihiya, ovvero la barba incolta che l’Islam salafita raccomanda di tenere.

Queste usanze erano proibite all’epoca di Ben Ali. Un modo, questo, per ribadire un’attitudine tipica dei salafiti in ossequio ai dettami della Shariya (legge islamica) in tema di “predicazione” e di “proselitismo”. Del resto, le donne islamiche avevano già ottenuto, nei giorni precedenti, di poter mettere la foto con il velo sui documenti di identità. Pochi giorni dopo la caduta del regime, Don Marek, un sacerdote salesiano polacco, era stato trovato sgozzato e nascosto nel garage del convento di Manouba, un tranquillo sobborgo vicino alla capitale. Un comunicato del ministero dell’Interno tunisino aveva attribuito la responsabilità dell’omicidio “a un gruppo di estremisti fascisti”, senza evocare un movente religioso. Non c’è dubbio che negli ultimi decenni il paese abbia subito lo strapotere di un regime corrotto, tuttavia la convivenza tra le religioni non è mai stata messa in discussione.

Pochi giorni dopo l’omicidio del sacerdote, un gruppo di salafiti ha tentato di dare fuoco ad una strada nel centro di Tunisi frequentata da prostitute, e sono stati dispersi dalle forze dell’ordine, che hanno fatto ricorso anche all’uso di elicotteri. Non era mai accaduto che un religioso venisse ucciso, mentre la prostituzione è legalizzata ed è parte indisturbata del paesaggio urbano. Paesaggio che è cambiato al punto che una recente ordinanza del ministero dell’Interno ha vietato “le preghiere collettive” nelle strade pubbliche della città, invitando i fedeli a compiere il culto religioso “rigorosamente” all’interno delle pur sempre numerose moschee. Appare quindi evidente che il clima di libertà scaturito da una rivolta laica sta rischiando di far emergere gruppi ben organizzati che per la natura del proprio credo religioso limitano gli spazi di libertà altrui. Rischio che sarebbe imprudente sottovalutare in presenza di una fase di transizione e quindi di incertezza.

Il primo marzo scorso, dopo 30 anni di illegalità, il partito Ennadha è stato ufficialmente legalizzato e ha ripreso il suo nome originale, Movimento di Tendenza Islamica (Mti). Per le elezioni di luglio il movimento di Ghannouchi è accreditato intorno al 30-35 per cento dei voti. L’esplosione di nuove forze politiche, che in due mesi ha portato all’iscrizione di ben 47 partiti, apre spazi anche ai fondamentalisti. Sarà quindi interessante vedere se i partiti laici vorranno unirsi in liste comuni per evitare di cedere il posto di “primo partito della Tunisia” al Mti. Dopo decenni di dittatura e di elezioni manipolate, il peso politico dei diversi partiti è un’incognita per tutti, considerando anche il contesto caotico e frammentato in una miriade di forze politiche nuove.

Ci sono elementi che fanno pensare a un ruolo importante per il Movimento di Tendenza Islamica. Tuttavia, va notato che, come in Egitto con i Fratelli Musulmani (che hanno fondato anch’essi un partito chiamandolo “Libertà e Giustizia”, Lg), anche l’Mti alle prossime elezioni concorrerà solo per un terzo dei seggi del parlamento. Lo stesso dicasi per le successive presidenziali: sia l’Lg che l’Mti non presenteranno propri candidati per la carica di capo dello Stato. È opinione comune che entrambi i movimenti islamici abbiano “barattato” questa loro rinuncia con le rispettive giunte militari che governano la fase di transizione in cambio della possibilità di fondare partiti politici.

È curioso questo parallelismo tra i due paesi, che in comune hanno avuto anche due rivoluzioni con caratteristiche quasi identiche: giovani internauti laici che accendono la scintilla della rivolta pacifica attraverso la rete; i social network che fanno da ponte per la circolazione delle informazioni; le tv, in primis ‘al Jazeera’, che moltiplica la diffusione immagini; e infine la fuga o le dimissioni del capo di stato di turno che non viene giustiziato, come avviene invece regolarmente in quasi tutte le rivolte. Forse è azzardato prevedere che anche l’epilogo debba essere simile: ovvero parlamenti di Tunisi e del Cairo con maggioranza relativa degli islamici e presidenti laici.

Sicuramente sarebbe un perfetto compromesso per tranquillizzare l’Occidente in cerca di stabilità in un mondo con il quale non è facile dialogare. Ma non è chiaro fino a che punto la giovane generazione di internet che si è ribellata per conquistare la libertà sarà d’accordo con questa potenziale insidia, che rischia di distruggere ogni sogno di democrazia. La democrazia, a detta di molti teologi dell’Islam, è in contrasto con la volontà divina.

Adib Fateh Ali (giornalista curdo iracheno) – ilmegafono.org

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