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A chi appartiene l’8 marzo?

Le donne e i giovani, il cuore del mondo che cambia. Abbiamo parlato (e continueremo a farlo) del vento nuovo di cambiamento reale che sta soffiando dai paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo. Giovani intellettuali e semplici cittadini, uomini e donne, pensiero, cultura, senso di giustizia, libertà, fame, dolore, stanchezza: i regimi sanguinari del nord Africa si stanno sgretolando dinnanzi a questo miscuglio esplosivo che resiste all’orrore, alle bombe, alla violenza. Un uragano caldo di diritti che prende forza, si propaga e potrebbe arrivare ovunque, anche in quei paesi mediorientali che si sentono al riparo da tutto ciò: Iran, Arabia Saudita, Yemen, Libano, Siria. Chissà, forse siamo davanti ad una svolta epocale che toccherà tutti noi, che costringerà l’Occidente a ragionare sul nuovo scenario mondiale, a rimettere in discussione il proprio arrogante punto di osservazione.

E costringerà anche l’Oriente, in particolare la Cina, a rivedere le sue mire espansionistiche e predatorie nei confronti del continente africano. Anche perché il vento di questa rivoluzione potrebbe giungere fino a Pechino ed estendersi in tutte quelle aree dell’Asia (vedi la Birmania) in cui la repressione tortura i sentimenti di libertà senza però riuscire ad ucciderli. In questo scenario, che è di disperazione e di speranza allo stesso tempo, arriva l’8 marzo, con il significato profondo che viene costantemente mortificato e sminuito. La Giornata della Donna, in un momento in cui la questione femminile si ripropone con forza in tutto il mondo. Di fronte a quanto avviene in questi giorni, non possiamo che pensare a Neda, la giovane iraniana uccisa dalla polizia durante le proteste contro il regime di Ahmadinejad. Una ragazza che è morta per la libertà, non solo per quella delle donne ma per quella del suo popolo, del suo Paese. È questo il senso del suo sacrificio, il valore simbolico della sua tragica fine.

Una donna che lotta per tutti e non solo per la sua “categoria” di appartenenza, che in Iran vive una condizione drammatica e disumana. L’8 marzo, invece, nelle città italiane, è un giorno sbagliato, vissuto in maniera distorta, triste. Un giorno solo, un giorno esclusivamente per alcune donne. Cene, spogliarelli maschili, combriccole femminili di ogni età pronte a scatenarsi. Perché? Per affermare una libertà finta, drogata da un evento che è stato svuotato di senso e che riduce l’autodeterminazione umana ad un’esperienza di consumo, ad una serata di libera uscita che prevede, al suo termine, il rientro nelle proprie prigioni? No, questo è l’8 marzo di una parte dell’universo femminile, quello che non ha minimamente a cuore la questione dei diritti, delle discriminazioni, delle condizioni di privazione, delle difficoltà nel mondo del lavoro. Le altre donne, quelle maiuscole, questa celebrazione la rispettano conoscendone appieno il sapore amaro e doloroso delle sue origini.

L’8 marzo per queste donne si vive ogni giorno, quando ci si sbraccia per farsi spazio con le proprie capacità, con quella forza straordinaria che viene dalla mente, dal pensiero, dal doversi sobbarcare il peso di una cultura maschilista odiosa, maleodorante, morbosa e violenta. Una forza da condividere con quegli uomini che amano le donne, davvero, nel senso più nobile del termine. E questo è il punto più debole di tutte le rivendicazioni femministe: il loro porsi necessariamente contro, il loro discriminare da discriminate. Da qui bisognerebbe partire, ossia dal fatto che oggi è davvero riduttivo parlare strettamente di rivendicazioni di genere. Serve compattezza “trasversale”, serve solidarietà, apertura. Così come nel caso dei movimenti di protesta dei giovani o dei lavoratori di un settore industriale, anche qui sarebbe necessario non ragionare per compartimenti stagni ed unirsi.

La lotta per un diritto deve appartenere a tutti e tutti insieme devono condurla. Perché anche solo un diritto negato è una sconfitta per l’intera umanità. E bisogna lottare scegliendo direzioni precise e utili. Personalmente ho sempre trovato umiliante il discorso delle quote rosa in politica: fermo restando che bisogna demolire retaggi maschilisti ancora troppo radicati e solidi, non si può ridurre la questione femminile ad una sorta di contrattazione sulla quantità. Dovremmo imparare tutti a ragionare sulla qualità. In politica così come nella vita lavorativa ed in ogni altro ambito della società, bisognerebbe semplicemente garantire uguali punti di partenza, mettendo al bando qualsiasi elemento discriminatorio. In Italia basterebbe applicare i principi della Costituzione, nata da quella Resistenza in cui donne e uomini coraggiosi insieme hanno combattuto per la libertà di tutti, anche di coloro che non vi partecipavano.

Gli steccati, non importa chi li costruisca, sono pieni di chiodi arrugginiti ed è dunque il caso di abbatterli e di mettersi insieme, camminando nella stessa direzione, in maniera concreta, mettendo al centro i veri problemi delle donne oggi, che sono seri e abbracciano ambiti lavorativi, sociali, familiari e culturali. È davvero triste pensare, in questo nostro Paese, che la questione dei diritti delle donne si riduca ad uno scandalo sessuale che coinvolge una cricca di vecchi maschilisti bavosi ed un nugolo di prostitute e di penose arriviste. Non è quello il nocciolo del problema. Le donnine di Arcore non fanno parte del dibattito, sono un film già visto, sono la proiezione di tanti esempi, nella storia e nella vita quotidiana, di gente che vuole arrivare in fretta svendendo tutto, perfino la propria dignità.

E non è solo una prerogativa femminile, come la si vuole far apparire nello schema consolidato della cultura maschilista. Di prostitute al maschile ne abbiamo persino di più o comunque in numero pari. Anche qui è da idioti fare distinzioni. Cominciamo a parlare di essere umano, uomo o donna che sia, con le sue caratteristiche, le sue individualità, qualità, difetti, livelli di intelligenza, di capacità, di forza e di dignità. Sarebbe bello se l’8 marzo si scegliesse di dibattere sui diritti delle donne al di fuori di circoli chiusi, riservati a sole donne e snobbati dagli uomini. Sarebbe bello se la questione femminile fosse sostenuta da un fiume eterogeneo, composito, aperto. Camminare insieme, reclamare diritti senza canalizzare la rabbia in vecchie separazioni ideologiche, politiche, religiose e sessiste: è  questo che i popoli nordafricani ci stanno suggerendo. Unità e solidarietà. Quanto e quando saremo capaci di comprenderlo? Uomini e donne…

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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