Il sostituto procuratore di Milano, Piero De Petris, ha chiesto 12 anni di reclusione per Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi (il Servizio segreto militare italiano) e 10 per Marco Mancini, funzionario dello stesso servizio, per il sequestro del cittadino egiziano Hassan Mustafa Osama Nasr, noto come Abu Omar. L′accusa ha chiesto 12 anni di reclusione anche per Jeff Castelli, ex capo della Cia (l’Agenzia d’intelligence Usa) a Roma. Il rapimento dell’imam Abu Omar, nel 2003, fu un fatto di estrema gravità, i cui sviluppi hanno lasciato una profonda ferita nella comunità internazionale e nel nostro Paese.

Ma come si svolsero i fatti? L’imam, che risiedeva a Milano e che era sotto inchiesta da parte della magistratura per attività illegali legate a gruppi jihadisti, scomparve il 17 febbraio del 2003, poco prima dell’attacco Usa in Iraq. Pochi giorni dopo una donna denunciò di aver assistito al suo rapimento. Il sequestro, secondo gli inquirenti e secondo quanto riferito successivamente dallo stesso Nasr, sarebbe stato compiuto da dieci agenti della Cia, mentre l’imam si recava dalla sua abitazione alla moschea di viale Jenner, a Milano. Dopo essere stato sequestrato, Abu Omar fu trasferito nella base aerea di Aviano per poi essere rinchiuso in un carcere egiziano, dove subì torture e maltrattamenti.

L’imam fu liberato nel 2004 una prima volta, per poi essere subito riarrestato in Egitto perché, chiamando la famiglia in Italia e raccontando le torture subite, avrebbe violato un patto di riservatezza accettato per essere rilasciato. Il suo rilascio definitivo avvenne quindi nel febbraio del 2007. Ed ora Abu Omar risiede in Egitto e ha annunciato l’intenzione di scendere in politica contro il presidente ottuagenario Hosni Mubarak. La sua vicenda si iscrive nell’ambito delle operazioni di “extraordinary rendition” (consegna straordinaria) portate avanti da Washington nella sua “guerra al terrore”, iniziata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Al di là delle indagini avviate dalla magistratura italiana su di lui, Abu Omar è una delle tante vittime di questa pratica, contraria al diritto internazionale, che gli Stati Uniti hanno potuto attuare per quasi un decennio, con la complicità di diversi paesi europei. Centinaia di persone, colpevoli o innocenti che fossero, sono state rapite e rinchiuse in prigioni come quella statunitense di Guantanamo a Cuba, in aperta violazione di qualsiasi principio di legalità e rispetto della dignità umana.

In paesi come la Spagna e la Gran Bretagna è stato riconosciuto il coinvolgimento di alcuni esponenti del governo e in particolare dei servizi segreti nei casi di “extraordinary rendition”. Come in Italia, sono cadute alcune teste, figure che sapevano e non hanno fatto nulla per difendere i diritti umani dei malcapitati. Ma sul caso di Abu Omar e su molti altri sequestri rimangono punti oscuri, destinati a rimanere tali in nome del segreto di Stato e in nome di uno strano principio secondo il quale i diritti umani individuali, soprattutto quando si tratta di immigrati e stranieri percepiti come “sospetti”, valgono meno degli interessi dell’establishment.

Giorgia Lamaro -ilmegafono.org