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Nachlass, pièce senza persone

Nachlass, pièce senza persone

Piccolo Teatro Studio Melato: via la platea, via gli attori e spazio all’installazione ovale per un format innovativo: “Nachlass, pièce senza persone”, spettacolo andato in scena dal 10 al 20 gennaio scorso. Da un’idea di Stefan Kaegi e Dominic Huber (della compagnia tedesca Rimini Protokoll) lo spettacolo (che definirei più propriamente installazione)  si articola come un percorso sulla tematica del lascito, dell’eredità.

Attraverso delle stanze aperte o chiuse automaticamente a tempo, lo spettatore è libero di orientarsi aleatoriamente, prendere e analizzare le testimonianze e le impressioni fornite di volta in volta, per formarsi una propria idea. In quest’assenza voluta, aleggia più volte l’idea di morte, che viene tutto lungo il percorso richiamata dai racconti impalpabili, trasmessi tramite registrazioni. Ogni stanza è un luogo di raccoglimento, dove si ascolta, si esplora la narrazione prendendo foto, documenti e smussando i limiti del verosimile.

Con una profonda operazione di storytelling sull’archivio (archivio come lo intende Boltanski), i personaggi ci parlano di sé quasi sempre suggerendo riflessioni sull’eredità culturale. Cos’è che importa in bilico tra morte/vita, finzione/realtà? Il lascito, l’esperienza e l’arte. In una sala in particolare, seduti a cercare nelle foto, si sente la frase «la foto resta, noi ce ne andiamo». Il teatro, la fotografia, l’arte non sono altro che il fantasma della vita; letteralmente la riproducibilità tecnica dell’arte e della vita.

La carica evocativa realista dello spettacolo crea un certo shock emotivo. Mi fa pensare ai bot post-morte, assemblati raccogliendo (come l’archivio) tonnellate di informazioni, dettagli, fino a sembrare più vero della vita (o della morte) stessa. In questo, la pièce senza persone riesce appieno a stimolare la percezione dello spettatore nel confronto con l’assenza e l’eredità dopo la scomparsa.

«Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti… È lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui”. (Jacques Copeau).

https://bazzecole.wordpress.com/

Claudia Capurro (Sonda.life) -ilmegafono.org

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