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Violenza sulle donne e linguaggio criminale

Violenza sulle donne e linguaggio criminale

Ogni volta che si celebra la giornata contro la violenza sulle donne, vorrei che questa giornata in futuro sparisse e si trasformasse in occasione di memoria di un passato lontano. È una speranza disperata, la mia. Perché a guardare il mondo, a guardare noi e ciò che ci circonda, non rimane che raccogliere avidamente le briciole di questa speranza. Siamo lontani, lontanissimi da un modello di società che rispetti le donne, che abbatta qualsiasi forma di violenza, fisica, psicologica, sociale. Certo, qualche passo in avanti si è fatto, c’è una maggiore sensibilità e ci sono organizzazioni di donne che rivendicano con forza quei diritti che oggi vengono nuovamente minacciati o negati. Ma non basta.

Ce ne accorgiamo costantemente, leggendo la cronaca che ci rivela un maschilismo terrificante e sfacciato oppure strisciante, infetto, incrostato nelle subcoscienze di uomini e perfino di donne di ogni età e ceto sociale. L’allargamento del caso delle molestie nel mondo del cinema ha prodotto reazioni scomposte, inaccettabili, volgari da parte di chi, invece di chiedersi in che mondo assurdo rischiano di vivere le proprie figlie, ha preferito accusare le vittime di essere in cerca di pubblicità o di piccole rivalse. Insomma, la classica storia della colpa riversata su chi accusa, dei dubbi appiccicati sulla pelle di chi denuncia ed è riuscito finalmente a farlo, sfruttando il coraggio di altre donne e il clamore creato attorno a personaggi che usavano potere, ricatti e silenzio per continuare la propria squallida strategia sessuale.

Ma questa è solo una parte del problema, la punta di una piramide che scende, declina verso il basso e attraversa tutti gli ambienti e gli ambiti sociali, anche quelli meno visibili rispetto al cinema o allo spettacolo. La violenza è inaudita, quotidiana, diffusa, angosciante. Riguarda milioni di donne che vivono un orrore infinito, che troppo spesso fingiamo di non vedere. Le donne violate sui marciapiedi delle nostre città, quelle che, con ghigno o disprezzo, chiamiamo “puttane” e sulla cui condizione di orrore e sfruttamento soprassediamo, preferendo parlare di sesso o di “mestiere più antico del mondo”, quando in realtà si tratta solo di violenza bestiale che con il sesso e le professioni non ha niente a che vedere.

Le donne incarcerate nelle loro case, in famiglie violente, con uomini, familiari e compagni che diventano aguzzini sadici, ossessivi, assassini che aggiornano funestamente i numeri tragici dei femminicidi. Uomini che magari conosciamo, di cui sappiamo tutto, ma che continuiamo a salutare come se niente fosse perché “non sono fatti nostri”. Le donne schiavizzate e violentate da delinquenti, stuprate e costrette a orrori terrificanti, come abbiamo letto in questi giorni a proposito della terribile vicenda avvenuta in Calabria, con una lavoratrice rumena abusata, segregata, torturata per dieci anni dal suo ex datore di lavoro. Come altre sue connazionali costrette da anni, nelle campagne e non solo, a non denunciare gli stupri, spesso anche di gruppo, commessi dai padroni e dai loro scagnozzi, pur di rimanere vive o salvare i propri figli dalla miseria e dalle minacce.

Potremmo parlare per ore di tutte le forme di violenza esistenti nel mondo, delle spose bambine, di contesti lontani nei quali alle donne non sono concessi diritti di alcun tipo, ma sarebbe solo un modo per consegnare a noi, che viviamo in questo Paese che si ritiene civile, un alibi immeritato. L’Italia è terribilmente indietro. Siamo violenti. Con i fatti e con le parole. Siamo il Paese in cui si compie tutto ciò che ho appena descritto e si compie in ogni ambito e a ogni livello. Siamo il Paese in cui il linguaggio stesso è la prima arma di violenza che usiamo sulle donne. Un linguaggio fortemente maschilista o, a volte, semplicemente imbecille. Ne abbiamo dimostrazione ogni giorno, nei luoghi di lavoro, tra amici, nei bar, per strada.

Ma la cosa peggiore è che questo linguaggio viene diffuso anche da chi dovrebbe avere una attenzione maggiore, se non altro per ragioni deontologiche. Facciamo un esempio e prendiamo il caso avvenuto in provincia di Catanzaro a cui si accennava prima. Una diciannovenne rumena lavora come badante per una signora. Dopo la morte di quest’ultima, l’uomo rimasto vedovo fa capire alla ragazza che può contare su di lui, promettendole casa e sostegno. Lei si fida e scopre da subito il tranello agghiacciante in cui è caduta. Anni di violenze sessuali, da cui sono nati anche dei bambini, brutalità terribili, segregazione, degrado, torture. Fino a quando casualmente i carabinieri lo scoprono, traggono in salvo la ragazza e arrestano il criminale.

Molti quotidiani, nel raccontare la vicenda, parlano di “compagno”, “convivente”, accennano addirittura alla parola “famiglia”. Come se la violenza fosse solo un incidente, un’evoluzione di una situazione in qualche modo, anche solo inizialmente, normale e volontaria. Un po’ come quando un uomo uccide la donna che lo ha respinto e di colpo viene fatto passare per ex fidanzato o amante o chissà cos’altro che possa dimostrare l’esistenza di un legame, esattamente quello che la vittima rifiutava.

Lo stupratore catanzarese è semplicemente una belva criminale, un sadico disumano, ma sulla stampa si continua a definirlo convivente, compagno, padre dei due figli della donna, come se anche i bambini fossero il frutto di un progetto comunque consensuale e solo dopo degenerato in orrore. Questo significa usare altra violenza, aggiungere scempio allo scempio, indurre il popolo a non capire, fornirgli l’alibi che cerca per coprire tutta la vergognosa crudeltà che si nasconde nelle stanze più buie del quotidiano. La violenza non è mai solo un fatto fisico, non è mai solo l’atto compiuto dal feroce criminale.

La violenza è anche responsabilità di chi crea le condizioni culturali che la rendono possibile, è l’insieme delle indifferenze e della vigliaccheria di chi potrebbe cambiare le cose e non lo fa, di chi potrebbe educare il popolo e invece sceglie di accarezzarne anche gli istinti peggiori. Perché è il modo migliore per evitare di guardarsi dentro, tutti quanti. Così come quando si pensa che la violenza sessuale su bambine minorenni sia propria di una cultura o di un’etnia, fingendo di ignorare i numeri drammatici che riguardano gli italiani. Basterebbe parlare con una qualsiasi associazione che lotta contro la pedofilia e la violenza sui minori, per scoprire che non ci sono differenze culturali o geografiche. Accade ovunque, possono essere diversi i contesti, ma l’orrore è identico.

Allora, in questa giornata contro la violenza, l’unica cosa che possiamo fare è pretendere per l’ennesima volta che si lavori sull’educazione, in ogni luogo e a partire dall’infanzia. Si devono educare gli uomini e le donne del futuro, ma anche i genitori, gli adulti di oggi, i maggiorenni e intanto inasprire le pene e sanzionare, anche normativamente, chi occupa certi ruoli e partecipa all’apologia della violenza. Dai preti, ai politici, ai giornalisti, ai personaggi pubblici: certe violenze verbali sono armi distruttive. E non esiste nulla che ne possa giustificare il possesso.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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