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La normalità secondo i Balto e il loro urlo rock

Punteggio 90%

Un po’ di rock non guasta mai, soprattutto quando a suonarlo sono dei giovani che cercano di raccontare il loro mondo in modo essenziale, senza barocchismi, con quella sana rabbia di chi non si arrende agli eccessi di un’epoca che accetta passivamente tutto ciò che avviene, come se fosse normale. Loro sono i Balto e hanno appena pubblicato (il 24 novembre) il loro nuovo EP intitolato “È tutto normale”, promosso e distribuito da Alka Record Label. Un disco composto da cinque tracce nelle quali prevale un rock purissimo, giovane, fresco, senza sporcature. Distorsori, riff, la batteria incessante, il tempo che batte, i cambi di ritmo, una voce che graffia e mostra la sua forza senza bisogno di esasperare.

C’è tutto il senso di chi fa musica e si confronta con la tecnica, con le ore di esercizio, con i brividi e il sudore delle sale prove, senza mai rinunciare alla propria identità, nemmeno quando arrivano i primi no o le difficoltà. Le canzoni di questo album hanno la potenza di chi riesce a emergere, a conquistare il proprio spazio e a far passare il proprio messaggio. “È tutto normale” è un Ep che dà forza, è il canto di chi ha voglia di ballare, lottare e provarci, andare avanti alla ricerca di una meta, di un riscatto, senza farsi vincere dalla paura della sconfitta. Una forza che è anche rabbia e significa non arrendersi a una società che esclude, giudica, accetta ogni cosa.

Il rock mette insieme tutto questo e rimane lineare, pulito, romanticamente normale, mescolando tratti più rabbiosi con altri più soft, spostandosi talvolta su un pop-rock più intimo, come nell’intenso brano Spine nel fianco: “Ho fatto un patto con le stelle, se io provo a brillare loro in cambio mi faranno sognare”, cantano in questa traccia, mostrandosi dolci e poetici e regalandoci un bell’assolo di chitarra. In tutto l’album la voce è coerente con la linea melodica, riuscendo a passare da un cantato più arrabbiato a uno più struggente.

È un tratto caratteristico del disco, nel quale la scelta di un rock essenziale e di ritornelli cantabili permette di evidenziare ancora meglio i contrasti, in un gioco di doppi sentimenti che musica e voce sanno mischiare, sciogliere, trasformare in una chiara visione del mondo. Così, ad esempio, ai toni duri di Mondo bianco si alternano lo smarrimento e la voglia di riscatto di Mi piacerebbe tanto ballare, la dolcezza di Spine nel fianco o il mix di speranza e malessere di Paura della sconfitta e di È tutto normale, ultima traccia che dà il titolo all’Ep.

I Balto, dunque, sono un gruppo interessante, animato da una grande sensibilità, dall’attenzione per quello che è il mondo in cui vivono. Sono bravi, sono una band che sta cercando la propria maturità musicale, ma che ha già le idee chiare, conosce la strada giusta e con molta onestà la segue affidandosi alla purezza e alla profondità della propria anima, laddove nasce la loro musica. Sono giovani e hanno ancora tutto il tempo per andare avanti e per osare di più, ma per il momento sanno già farsi ascoltare (come nell’ultima puntata di “The Independence Play”) e sono capaci di regalare canzoni che entrano in testa e che si prestano moltissimo a girare in radio e a raggiungere nel modo migliore gli ascoltatori. Non è da tutti riuscirci.

FrankaZappa -ilmegafono.org

La copertina dell’album “È tutto normale”.

Pillola

90%

In breve “È tutto normale” è il canto di chi ha voglia di ballare, lottare e provarci, andare avanti alla ricerca di una meta, di un riscatto, senza farsi vincere dalla paura della sconfitta. Una forza che è anche rabbia e significa non arrendersi a una società che esclude, giudica, accetta ogni cosa.

rock
90%
Contenuti
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Musicalità
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Autore

FrankaZappa

Collaboro da tempo con Il Megafono, dove insieme a Manuele curo la pagina musicale e il programma “The Independence Play” sulla nostra radio web. Sono una metallara nostalgica, stregata, quando ero poco più che bambina, dall’urlo “Looove” di Robert Plant. Di quell’amore per la musica ne ho fatto la mia spina dorsale di “metallo non metallo” che mi ha portato fino a qui. Oggi amo un sax che non mi corrisponde. Grazie a lui e al jazz ho scoperto che ancora esistono nuovi pianeti da esplorare, perché per me alla fine la musica resta l’unico modo di immaginare “the dark side of the moon”.

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