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L’Onu, l’Europa, Minniti e gli sciacalli

L’Onu, l’Europa, Minniti e gli sciacalli

Disumani. Così l’Onu, per voce dell’alto commissario per i diritti umani, ha definito gli accordi e la collaborazione tra Unione Europea e Libia. Dunque, tra Italia e Libia, visto che il nostro governo ha giocato il ruolo di protagonista, vantandosi politicamente dell’iniziativa, a cui abbiamo ulteriormente contribuito con la formazione dei marinai della famigerata Guardia Costiera libica (abbiamo insomma aggiunto la tecnica alla crudeltà). L’Onu ha tuonato e non poteva fare altrimenti, perché quello che tutti fingevano di non sapere, nonostante da anni venga denunciato dalla stampa libera e dalle organizzazioni umanitarie, ormai è visibile, non più nascondibile.

In Libia si violano la dignità e i diritti di migliaia e migliaia di profughi. La Libia è un paese razzista e violento. Lo era con Gheddafi e lo è anche oggi. Umiliazioni, stupri, torture, omicidi e tentati omicidi. Una macelleria umana, ma anche un mercato di esseri umani. Il luogo della tratta, il banco disumano dove si battono all’asta, per pochi dollari, i nuovi schiavi e le nuove schiave. Esseri umani venduti al miglior offerente. Lo ha certificato la Cnn con un video (guarda qui), ma lo si poteva già apprendere dai racconti dei sopravvissuti, di chi da anni arriva qui, alle porte d’Europa, con un carico di insopportabile dolore alle spalle e con i segni scavati sulla pelle. Segni di lame, di bruciature o ferite di proiettili, che lasciano strascichi dolorosi.

L’Onu oggi alza la voce, lancia accuse durissime usando parole inappellabili. L’Europa replica, si difende, parla di confronto costante con le autorità locali, ossia quelle libiche, di attività umanitarie finanziate per migliorare le condizioni dei centri. Balle. Difese fragili, vuote, inutili. Vigliaccheria politica che mette ancora più a nudo le vergogne di una istituzione che ha avvallato le peggiori strategie di chiusura, condannando migliaia e migliaia di persone a un destino atroce, quello che tocca a chiunque, da migrante, si trovi a passare per la Libia.

È facile adesso dire che anche l’Unione vuole chiudere i campi in Libia perché si è accorta di come la situazione sia inaccettabile. Troppo facile e poco credibile, soprattutto dopo aver calunniato le Ong che proprio sul fronte libico denunciano da tempo questa situazione. E l’Italia? L’Italia tace. Perché sugli accordi con la Libia il ministro Minniti si è fatto forte, mostrandosi seducente a una parte del suo partito e anche dell’elettorato di centrodestra al quale il suo partito continua a guardare. Un freddo calcolatore, Minniti, uno di quelli che i problemi, non sapendo risolverli con la nobiltà di uno statista democratico, sceglie di risolverli allontanandoli dai propri occhi e dai rimasugli della propria coscienza.

Minniti e Gentiloni insieme hanno firmato di fatto la condanna al dolore e alla morte di tantissimi migranti. E hanno spacciato questa loro crudele strategia per una vittoria. Nella speranza che il clamore di stampa indipendente, attivisti e organizzazioni umanitarie potesse spegnersi di fronte alla crescita del consenso elettorale e della propria posizione politica. Si sperava che l’orrore potesse rimanere lontano, diventare un fatto esterno, una questione da far sbrigare ad altri, un piccolo rumorino da coprire con il tintinnio dei dati relativi a una diminuzione degli arrivi, l’unica cosa che interessa agli italiani. E agli sciacalli che ne indirizzano gli umori e le richieste politiche.

Come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, aggrappati politicamente alla giacchetta di un Berlusconi che ancora non cede lo scettro e comanda. Due italioti, il leghista e la fascista, sicuri che tutto in Italia si debba leggere sempre condannando gli stranieri. Un’ossessione che non li molla, persino quando si tratta di sport, di una misera partita di calcio. I drammi e lo sport vengono mischiati volgarmente. I migranti, secondo queste due menti illuminate, sono colpevoli di tutto. Del loro dolore, della loro povertà, delle guerre e di quello che subiscono nei lager libici approvati trasversalmente dalla politica italiana.

Gli stranieri, in genere, sono ritenuti colpevoli anche del marciume di un sistema che è tipicamente italiano ed è figlio della pochezza della politica a tutti i livelli. Sono talmente cocciuti i nostri due alfieri del razzismo, da non comprendere nemmeno le basi, ossia che se in molti sport, come anche in altri settori, fatichiamo è proprio perché non siamo accoglienti, non includiamo, non diamo cittadinanza. Facciamo la guerra allo Ius soli e consideriamo stranieri persino coloro i quali sono di fatto italiani, ma hanno un’origine non italica. Esattamente il contrario di quello che Francia e Germania e altre nazioni fanno e hanno fatto.

I tedeschi e i francesi, per fare un esempio, venerano Zidane (origini algerine) o Klose (origini polacche), mentre noi ancora insultiamo Balotelli, non sul piano tecnico ma semplicemente perché il nostro Paese non lo riconosce come italiano. Non sul piano burocratico, perché lo è a tutti gli effetti, ma per il colore della pelle. Questa è l’ottica becera di una nazione che ascolta Salvini, Meloni e la loro accolita mostruosa e riflette certe logiche orribili in ogni ambito.

Un Paese che ha goduto nel vedere schizzare il fango addosso alle Ong le quali, mentre altri ciarlavano, andavano a rischiare la pelle in mare per salvare esseri umani. Un Paese che organizza la caccia ai migranti, con pestaggi annessi, e insulta e aggredisce una ragazza su un bus, perché ha la pelle nera e quindi non può essere ritenuta italiana. Questa, d’altra parte, è la nazione di un ministro che viene attaccato e accusato di disumanità dall’Onu. Eppure non batte ciglio, non risponde. Rimane zitto, con il suo sguardo spietato e un gruppo di calcoli freddi da fare a mente sotto una calvizie nostalgica e lugubri sogni di anacronistico autoritarismo.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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