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Scieri e Drago, l’esercito ci restituisca la verità

Scieri e Drago, l’esercito ci restituisca la verità

Emanuele Scieri e Tony Drago. Due storie drammatiche che il destino ha messo insieme e, in qualche maniera, tragicamente collegato. Non si sono mai conosciuti Emanuele e Tony. Sono figli di due generazioni diverse, distanti nel tempo. Mi piace pensare, però, che in qualche modo si siano incrociati nella loro e nella nostra Siracusa. Che magari abbiano camminato nello stesso momento tra le pietre bianche e i vicoli di Ortigia che salgono verso piazza del Duomo, in un sabato o una domenica di festa. E che magari Emanuele, poco più che ventenne, in una di quelle occasioni, abbia incrociato lo sguardo e il sorriso di un bambino di nome Antonino e che entrambi si siano salutati con la mano. Ugualmente ignari del destino comune che li attendeva.

Emanuele Scieri sarà ucciso il 13 agosto del 1999, dentro una caserma nella quale non avrebbe voluto mettere piede. Era il tempo della leva obbligatoria, della “naja”, e la scelta del reparto la si faceva un po’ a casaccio, durante la visita militare che ci attendeva una volta compiuti i 18 anni. Lui scelse la Folgore. Poi, come è successo a tutti noi, continuò la sua vita, i suoi studi. Nel 1999 era un brillante avvocato, pronto a vivere la sua carriera, a fare il lavoro per il quale aveva studiato e fatto sacrifici. Ma c’era un ostacolo, una maledetta legge. Leva obbligatoria. Via da Siracusa a luglio, nei mesi che noi siracusani amiamo tanto per via del mare e di tutto quello che significa.

Prima a Firenze, per l’addestramento, poi il 13 agosto a Pisa. Un trasferimento in autobus, durante cui succede qualcosa. Emanuele protesta e non tollera la vessazione compiuta dai superiori: tutte le reclute sedute nella posizione della sfinge, sul bus con i finestrini chiusi e i riscaldamenti accesi. Il 13 agosto. Emanuele Scieri è un uomo di legge, di diritti, non può star zitto e accettare. Arriva a Pisa. Il pomeriggio ha la libera uscita. Rientra alle 22.15. Dopodiché scompare. Non è presente al contrappello. Nessuno lo cerca. Sarà trovato morto, tre giorni dopo, sotto la torretta di asciugatura del paracadute. Morto dopo una lunga agonia.

Qualcuno, forse per punirlo o per un macabro gioco, lo ha costretto a salire sulla torretta e lo ha colpito fino a farlo precipitare. Poi lo ha lasciato lì, ad agonizzare, a vedere sfumare lentamente la sua vita e i suoi sogni. Dentro quella caserma qualcuno sapeva, nessuno ha parlato. Pochi giorni fa, dopo quasi due anni di attività di indagine, la Commissione parlamentare di inchiesta ha depositato, presso la procura di Pisa, istanza di riapertura del processo (leggi qui). Ci sono troppe lacune, contraddizioni, omissioni e mancate spiegazioni nelle risposte dei tanti testimoni sentiti nel corso delle decine di audizioni.  È emerso soprattutto un dipinto desolante, preoccupante, di quello che era la caserma “Gamerra” quando Emanuele Scieri è stato ucciso. Nonnismo, violenza, omertà, assenza di controllo. Una macchia orribile su un corpo militare che si ritiene, a ragione o meno, prestigioso.

Come prestigioso è quello dei Lancieri di Montebello, nella Capitale. Eppure, nella celebre caserma “Sabatini” di Roma, Tony Drago, un altro giovane siracusano, è stato assassinato barbaramente. Come dimostrano le ferite, le scarnificazioni, le contraddizioni di alcune testimonianze, la scena stessa del crimine, le perizie mediche e scientifiche che hanno convinto, a marzo scorso, il Gip di Roma ad andare avanti e a sposare l’unica tesi possibile: l’omicidio. Peccato però che un pm romano non voglia sentire ragioni. Per lui la scienza non vale, per lui la presenza di dubbi e non di certezze assolute (definite arbitrariamente se è vero che il pm non può saperne più di un medico legale o di un ingegnere esperto in cinematica) giustifica una richiesta di archiviazione e non, invece, un ulteriore sforzo di approfondimento.

In tutto ciò, l’esercito non produce nulla. Non collabora, non parla. Come non collaborò e non parlò all’epoca di Emanuele. Tutto è appeso al filo della speranza e della lotta di familiari, amici, legali, cittadini sensibili a queste enormi ingiustizie. Tutti adesso aspettano la decisione della procura di Pisa sulla riapertura del processo Scieri e quella del Gip di Roma che dovrà esprimersi sulla richiesta di archiviazione presentata dal pm. Nell’epoca delle tante iniziative a sostegno della verità su Giulio Regeni e delle tante, giustificate accuse alle autorità politiche e militari egiziane, il nostro Paese si trova al suo interno due casi terribili, due storie drammatiche, due morti che imbarazzano l’esercito e che qualcuno ha cercato di nascondere, insabbiare.

Sono morti che parlano. Sono morti che hanno aperto l’armadio del nostro sistema militare, svelando vizi, orrori e rivelando la poca consistenza del presunto prestigio di certi reparti. Perché un qualsiasi corpo militare dello Stato può dirsi prestigioso solo se riesce a non essere vigliacco. Solo se dimostra di non avere paura della verità. La Folgore e i Lancieri di Montebello hanno mostrato una codardia indegna. Ma hanno ancora la possibilità di riscattarsi. Di riparare quanto meno alla vergogna di prestarsi a un malsano gioco di impunità.

Consegnate la verità e i nomi dei responsabili di questi due ignobili omicidi e di chi li ha coperti. Altrimenti la vostra baldanza nelle parate avrà lo stesso effetto di un fumetto di Bonvi. Recuperate un po’ di dignità, ché non bastano una divisa stirata e una postura stabile per dichiararsi uomini.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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