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La situazione in Turchia a un anno dal fallito colpo di Stato

La situazione in Turchia a un anno dal fallito colpo di Stato

La Turchia ricorda oggi le vittime del fallito golpe del 15 luglio 2016, quando un manipolo di militari delle forze armate diede l’assalto alle sedi istituzionali del paese per prendere il potere. Nella lunga notte del colpo di Stato morirono 250 cittadini turchi, oltre a 35 golpisti, e ne rimasero feriti oltre 2.200. Ora, a un anno esatto da questa triste pagina della storia nazionale, il paese vive un momento difficile in cui la società appare sempre più polarizzata nonostante l’iniziale periodo di “solidarietà” seguito al fallito golpe.

La maggioranza dei cittadini turchi è abituata ai colpi di Stato, visto che dal 1960 al 2016 sono stati quattro i golpe che hanno portato al potere una giunta militare. Solo quello dello scorso anno, infatti, è fallito, grazie anche ad un intervento in massa della popolazione che ha opposto resistenza ai militari.

Tuttavia, dopo un iniziale periodo di “catarsi” che ha visto tutti i cittadini uniti contro la minaccia del golpe, ora il paese si trova nuovamente diviso e stanco delle epurazioni e dell’eccessivo concentramento dei poteri in mano ad un solo partito, Giustizia e sviluppo (Akp), di fatto ora sostenuto anche da una forza dell’opposizione, il Movimento nazionalista (Mhp). È stato grazie a questa alleanza che il 16 aprile scorso il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha potuto far approvare, mediante referendum, una riforma costituzionale che trasforma il paese in una repubblica presidenziale, concedendogli ampissimi poteri.

Le disposizioni previste dalla riforma entreranno in vigore nei prossimi mesi e consentiranno ad Erdogan di guidare il governo, proporre e promulgare leggi, nominare componenti delle istituzioni giudiziarie più importanti e partecipare attivamente alla definizione delle politiche più rilevanti del paese. Di fatto il presidente Erdogan ha già in mano le redini dello Stato, ma la riforma costituzionale legittima questo status quo. Il voto referendario ha fatto però emergere una spaccatura nell’elettorato turco che oggi è ancora più evidente con le manifestazioni di protesta di alcune frange dell’opposizione.

Centinaia di migliaia di persone si sono riunite domenica scorsa, 9 luglio, nel quartiere Maltepe di Istanbul, dove si è conclusa la “marcia della giustizia”. La marcia è stata promossa dal partito repubblicano Chp per sostenere la democrazia in Turchia e per protestare contro alcune misure adottate recentemente dal Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp).

Rivolgendosi ai suoi sostenitori a Istanbul, al termine della “marcia della giustizia”, con 25 giorni di cammino e uno spostamento di 426 chilometri dalla capitale Ankara verso la città sul Bosforo, il leader del Chp, Kemal Kilikdaroglu, ha definito quella attuale come “un’era dittatoriale” in Turchia, mentre questa iniziativa punta a “portare giustizia nel paese”. “Faremo cadere i muri della paura”, ha aggiunto il leader dell’opposizione, che ha chiesto anche la sospensione dello stato d’emergenza esteso già per tre volte dal 20 luglio dello scorso anno: l’11 ottobre, il 3 gennaio e il 16 aprile scorsi.

Dal fallito colpo di Stato, la cui responsabilità è stata attribuita all’ex predicatore Fethullah Gulen, acerrimo nemico di Erdogan, le autorità turche hanno lanciato varie “purghe” ed epurazioni in tutti i settori pubblici, in particolare nelle forze armate, nella magistratura e tra gli insegnanti.

Circa 50 mila persone sono in stato di custodia cautelare, mentre oltre centomila dipendenti pubblici sono stati sospesi dal loro incarico. Recentemente ci sono stati anche arresti di attivisti per i diritti umani e giornalisti, accusati di essere legati a Gulen. La polizia turca ha arrestato anche la direttrice e il presidente di Amnesty International, rispettivamente Idil Eser e Taner Kilic. “Il fatto che la purga successiva al tentato colpo di Stato abbia raggiunto persino il presidente di Amnesty International dimostra fino a che punto il governo turco sia arrivato. La storia di Taner Kiliç parla chiaro: è quella di un uomo che ha sempre difeso quelle libertà che le autorità di Ankara stanno cercando di annullare”, si legge in un comunicato di Amnesty.

Le autorità turche, da parte loro, giustificano il giro di vite operato nell’ultimo anno, che ha colpito però anche persone innocenti, con la minaccia di un nuovo golpe e quella terroristica, aumentata in modo rilevante negli ultimi anni e mesi. Ma con il malcontento crescente e una guerra ancora in corso ai suoi confini meridionali, in Iraq e in Siria, è difficile dire quanto la Turchia riuscirà a reggere ancora questa situazione.

G.L- ilmegafono.org

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La firma di redazione, un’usanza a cui non potevamo rinunciare. Ma tranquilli, dietro i nostri pezzi ci siamo sempre e solo noi. Nient’altro che noi.

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