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Parco del Vesuvio in fiamme: indignazione e responsabilità condivise

Parco del Vesuvio in fiamme: indignazione e responsabilità condivise

Siamo cresciuti con il terrore che il Vesuvio, il vulcano che sovrasta l’area urbana della provincia di Napoli, potesse svegliarsi da un momento all’altro, distruggendo ogni cosa. Siamo cresciuti con l’ansia che quel Gigante potesse travolgerci tutti con fuoco, lava, ceneri e lapilli, proprio come accadde oltre settant’anni fa o ancora nei secoli addietro. Ma cosa succede se il fuoco avvolge il Vesuvio stesso? Cosa accade se il moto di distruzione viene da chi si prende gioco della natura?

La risposta si legge nella coltre di fumo e cenere che da più di una settimana avvolge l’area vesuviana: roghi di natura criminale, appiccati con minuzia di particolari in diversi punti del Parco Nazionale del Vesuvio, restituiscono ai comuni vesuviani uno scenario da Apocalisse, fatto di aria irrespirabile e cielo grigio. In alcune cittadine è impossibile scorgere il sole e dal Golfo arriva l’immagine triste di un Vesuvio avvolto dal fumo, offuscando la bellezza di una delle risorse paesaggistiche più belle e iconiche del nostro paese. Perché, per quanto temuto, il Vesuvio è la risorsa di Napoli e della sua provincia, un punto di riferimento visivo e culturale, fonte di racconti e di miti legati al territorio, tra Santi che hanno combattuto l’irruenza della lava e scorci mozzafiato impressi nella mente di chi si ritrova anche soltanto a passeggiare davanti al Gigante.

Vesuvio e Monte Somma, le due curve perfette che uniscono il mare al cielo, creando una cornice naturale che il mondo intero invidia e ammira. La vera essenza del “vedi Napoli e poi muori” è tutta racchiusa lì, quel tratto di eterno che da qualche giorno combatte col fuoco. E la natura non c’entra assolutamente nulla.

Gli incendi appiccati negli scorsi giorni interessano una vasta area compresa tra Ercolano, Ottaviano, San Sebastiano al Vesuvio, Terzigno, Boscotrecase, Torre del Greco, piccoli e medi centri abitati a ridosso del vulcano che combattono ininterrottamente contro la cenere e le fiamme. Il disastro colpisce sotto forme diverse anche i comuni più a valle e la stessa città di Napoli, sovrastati dal fumo e dall’innaturale foschia creata dai roghi. I cittadini di alcune zone sono segregati in casa, i comuni hanno emanato ordini di sgombero per edifici e abitazioni private, cercando di arginare le conseguenze di quella che oggettivamente sembra una situazione sfuggita di mano.

Oltre 100 ettari di verde e area boschiva del Parco Nazionale del Vesuvio sono andati in cenere e soltanto tra cento anni, senza imprevisti, la vegetazione potrà tornare rigogliosa. I sindaci dei comuni interessati e di quelli limitrofi si sono attivati sin da subito, provando a dare il proprio contributo. Sul profilo Facebook di Giorgio Zinno, sindaco di San Giorgio a Cremano, si può leggere la vicinanza alle popolazioni direttamente colpite: “Mentre alcuni invitavano e scrivevano su Facebook, c’era chi lavorava proprio lì, dove c’era bisogno. Alle 17 è stato richiesto il nostro intervento e alle 17:20 è partita la colonna dei volontari da San Giorgio a Cremano”.

Lo stesso Zinno si è recato sul posto.  Il primo cittadino di San Giorgio a Cremano – che abbiamo contattato – ci descrive una situazione drammatica: “La sensazione provata appena giunto sui luoghi del disastro è stata di grande sconforto”, ha dichiarato. “Assistere impotenti da vicino – continua il sindaco – alla distruzione dei simboli più importante del nostro essere vesuviani e sapere che tutto ciò avviene per volontà umana non può che suscitare sgomento e delusione. Sgomento per una bellezza naturale che vedi scomparire sotto i tuoi occhi e delusione per quanto l’uomo non sappia difendere ciò che la natura ci ha donato”.

Il malcontento e le reazioni più forti, ovviamente, vengono soprattutto dagli abitanti del luogo, pronti a difendere il territorio e il Parco, casa e risorsa allo stesso tempo. Indignazione e rabbia nei confronti delle istituzioni sono i sentimenti dominanti, nessuna giustificazione o comprensione per l’atteggiamento della Regione Campania e per l’Ente Nazionale Parco del Vesuvio. In particolare, secondo quanto si legge in una circolare emanata dalla Regione, non è previsto uno specifico piano antincendi boschivi, nessuna convenzione con i Vigili del Fuoco e una situazione che, anche per il 2017, resta ferma nell’incertezza e nell’incapacità di fronteggiare adeguatamente il dramma nel Parco Nazionale più urbanizzato d’Italia.

Ad andare in fumo, inoltre, anche antenne e ripetitori, provocando danni alle reti elettriche e telefoniche. Abbiamo raccolto in proposito la testimonianza di un abitante del luogo, che ci ha chiesto di restare anonimo: “Il peggio è passato, ma di certo non ho parole dolci nei confronti di enti e istituzioni. Da cittadino desidero ringraziare soprattutto i Vigili del Fuoco e le forze dell’ordine, la polizia di Stato del Commissariato Portici-Ercolano e l’Arma dei Carabinieri che hanno lavorato ininterrottamente con i loro uomini. Per il resto sono tutti responsabili della strage”. “Non posso dire di sentirmi abbandonato – continua – perché c’è stata una grande mobilitazione, ma non mi sento al sicuro visto che non c’è lungimiranza da parte di chi di dovrebbe occuparsi della questione, ma solo chiacchiere: l’esercito qui su non si è mai visto, a parte due veicoli che hanno soltanto fatto una comparsa”.

A peggiorare la situazione, l’apparizione, se così vogliamo definirla, di rifiuti e fusti pericolosi nei boschi, percepibili anche dal fumo nero sprigionato dalle fiamme, un colore che di certo non può essere ricondotto alla sola combustione di alberi, arbusti e sterpaglie. L’ARPA Campania (Agenzia Regionale Protezione Ambientale), ha reso noti i dati relativi alle polveri diffuse nell’aria in seguito al rogo, rilevati nelle diverse stazioni di riferimento: si parla di oltre 50 microgrammi al metro cubo nei comuni circostanti il Vesuvio e nelle altre città campane, quantità che avrà forti ripercussioni sulla salute dei cittadini, già costretti in queste ore ad usare mascherine e proteggersi dalle ceneri.

“Il problema principale è che per i primi tre giorni il supporto aereo è stato scarsissimo – commenta il nostro testimone diretto -, adesso tre canadair sorvolano la zona. Sarebbe semplicemente bastato usarli tre giorni fa”.

Laura Olivazzi -ilmegafono.org

Autore

Laura Olivazzi

Vivo tra i Millennials con il sogno della Dolce Vita, cresciuta all’ombra del Vesuvio con carta, penna e smartphone sempre a portata di mano. Giornalista, appassionata di media, cultura pop e tante altre cose, scrivo per il Megafono dal 2006.

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