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Con i Goose, “dopo il diluvio” rinasce la musica

Punteggio 92%

Esperienza e maturità, schiettezza ed essenzialità: sono questi i quattro tratti che potremmo usare per dipingere i Goose, il gruppo che vi proponiamo questa settimana e di cui vi abbiamo anticipato qualcosa nella puntata di “The Independence Play” a loro dedicata sulla nostra web radio (ascolta qui).

I Goose vengono dalla Sardegna e hanno una storia ormai consolidata, che si sviluppa a partire dalla metà degli anni ‘90 e che prosegue fino ad oggi, con l’uscita del loro nuovo album, il terzo, intitolato “Dopo il diluvio” e distribuito e promosso da Seahorse Recordings. Nove tracce che confermano la fedeltà dei Goose al genere folk-rock e all’indie-pop che li caratterizza, con sonorità ben strutturate, arrangiate con sapienza, con una grande varietà strumentale a far da cornice ai testi, che sono curati e toccano l’essenza, senza perdersi in sovrastrutture e orpelli.

Ne viene fuori un disco sincero, schietto, con ballate rock dal carattere forte e dal sapore intenso. “Piove forte sulla mia vita”, cantano i Goose nella traccia che apre il disco (Cento volte). Ed è proprio dopo il diluvio, dopo la tempesta, che riemerge tutto; è da quella pioggia che rinasce la bellezza. Bellezza fatta di poche cose riflesse. Poche cose che vanno difese dal temporale.

Così, grazie alla loro incantevole e piena sensibilità, i Goose si raccontano attraverso un sound accattivante e completo, senza mai strafare, senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa o forzare un accordo o un testo per riuscire ad arrivare. Segno di grande maturità artistica e della consapevolezza di avere ormai una propria identità.

Loro parlano con noi mentre si specchiano negli occhi di un amore che non vuole farci andar via. E mentre osservano e ci fanno osservare quegli occhi, riescono a farci vedere cos’è la gioia, ci dicono che “dormire a luce spenta è quasi la felicità” (come nel brano Gioia). I Goose ci costringono a guardarci dentro, con parole che non risultano mai, nemmeno per un attimo, banali.

Affrontano temi esistenziali, mischiano sentimenti intensi, con rabbia, malinconia o dolcezza, senza mai perdere la voglia di “cercare vita autentica e consapevolezza delle cose”, nonostante tutto, nonostante il mondo che ti “dimentica” e malgrado non sia chiaro “cosa resterà” (come cantano in Gettato nel mondo). La struttura musicale è molto bella, compiuta, varia, armonica, con piano, fiati, archi (che spiccano in A fondo e in Barbara) e le chitarre acustiche a guidare. Ne viene fuori un bel mix sonoro, che si appoggia al timbro rock-folk e all’indie pop, ma che offre anche altre eleganti sfumature tendenti quasi al blues, come ad esempio nel bellissimo piano della penultima traccia (Lontano).

La voce, calda e profonda, ci accompagna e ci guida con gentilezza nell’ascolto di questo album che si lascia scoprire, ci offre le sue ballate intense, ci regala una fotografia musicale di un tempo che appartiene a tutti noi; un tempo fatto di ricordi, ansie, gioie, dubbi, rabbia, amore, ribellione. “Dopo il diluvio”, dunque, è un lavoro sincero, nel quale la musica non è invadente, non si disperde in virtuosismi artificiali, ma segue quell’essenza quieta che profuma di vita, di ripartenza e rinascita, proprio come la terra subito dopo la fine di un temporale.

FrankaZappa -ilmegafono.org

 

La copertina dell’album “Dopo il diluvio”.

Pillola

92%

In breve Esperienza e maturità, schiettezza ed essenzialità: sono questi i quattro tratti che potremmo usare per dipingere i Goose. Il loro ultimo album, "Dopo il diluvio", propone un bel mix sonoro, che si appoggia al timbro rock-folk e all’indie pop, ma che offre anche altre eleganti sfumature tendenti quasi al blues.

Testi
93%
Rock
92%
Personalità musicale
93%

Autore

FrankaZappa

Collaboro da tempo con Il Megafono, dove insieme a Manuele curo la pagina musicale e il programma “The Independence Play” sulla nostra radio web. Sono una metallara nostalgica, stregata, quando ero poco più che bambina, dall’urlo “Looove” di Robert Plant. Di quell’amore per la musica ne ho fatto la mia spina dorsale di “metallo non metallo” che mi ha portato fino a qui. Oggi amo un sax che non mi corrisponde. Grazie a lui e al jazz ho scoperto che ancora esistono nuovi pianeti da esplorare, perché per me alla fine la musica resta l’unico modo di immaginare “the dark side of the moon”.

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