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La famiglia Riina e l’arma del silenzio

La famiglia Riina e l’arma del silenzio

Riina, un cognome che ultimamente è tornato a invadere le pagine dei giornali. Forse è anche un bene che ciò avvenga, perché attraverso le continue notizie (o non notizie) sulla famiglia di Totò u curtu non smettiamo di esercitare la memoria. Ci serviva, dal momento che, grazie al silenzio che qualcuno vorrebbe diventasse oblio, i figli del boss hanno cominciato a sentirsi circondati solo da fan e amici, più o meno virtuali. Con le polemiche sul caso Riina-Cassazione di cui abbiamo ampiamente parlato, per fortuna abbiamo ascoltato anche le urla di indignazione di molti italiani che non dimenticano, non cancellano nemmeno per un attimo l’orrore criminale con il quale il sanguinario capo dei capi ha sporcato l’Italia.

Certo il dibattito è stato frenetico, con toni anche eccessivi, con quel solito carico di ignoranza, impreparazione, errori, disinformazione, ma almeno se ne è parlato. E mai come adesso, in un Paese che sembra allergico alla memoria, questo ci fa bene. Al punto che, a tale scopo, ci facciamo andare bene anche discussioni a scoppio ritardato, nate da notizie entrate nella discussione pubblica oggi, ma vecchie di quasi due mesi. Il riferimento è alla vicenda del post pubblicato sulla pagina facebook di Salvo Riina jr, figlio del boss corleonese e attualmente sorvegliato speciale con obbligo di dimora a Padova.

Il rampollo di casa Riina, il 30 aprile (ma la stampa se n’è accorta in questi giorni), aveva pubblicato la foto di un ristorante di Tenerife, sulle cui pareti fanno bella mostra una foto di Roberto Baggio, una di Fabio Cannavaro che solleva la coppa del Mondo a Berlino e, più in alto di tutti, quella di Totò Riina. Il commento del figlio del boss è entusiasta. Ringrazia, gongolante, alcuni suoi amici rumeni che gli hanno inviato quella immagine in cui il caro papà stragista è in compagnia di “altri personaggi italiani famosi nel mondo”. Scorrendo la pagina, inoltre, si assiste alla fervente attività “culturale” di Totuccio, che promuove il suo libro, tradotto persino in bulgaro, e lo fa anche attraverso aste benefiche con il cui ricavato si aiutano i detenuti.

La notizia, considerato il clima infuocato attorno alla recente vicenda di Riina senior, è diventata clamorosa, ha creato indignazione e discussioni, come sempre. Va bene così, ma il rischio è sempre che la frenesia ci porti lontano dalla ragione. Ad esser sinceri, infatti, non appare una gran notizia e nemmeno tanto sconvolgente. Nel senso che non si capisce perché dovrebbe essere strano che un mafioso, condannato per associazione mafiosa e in regime di sorveglianza speciale, ritenuto dai magistrati ancora pericoloso e influente, esulti per una foto che osanna il proprio amato padre boss.

Sarebbe strano se a esultare e ringraziare fosse un collaboratore di giustizia o un uomo delle istituzioni, non di certo il figlio della belva. Non di certo un figlio come Salvo Riina Jr, che dal padre ha imparato anche la tecnica del non conosco, del non c’entro nulla. Cosa ci aspettiamo davvero dalla famiglia Riina? Cosa ci aspettiamo da una famiglia che ha sempre difeso il padre e negato ogni addebito nei suoi confronti?

Prendiamo anche Lucia, la figlia femmina del boss. L’artista, la pittrice che, tra i suoi quadri, ne annovera anche uno che, in un angolo, presenta un ritratto del papà tanto somigliante alla foto giovanile che, nei tanti anni della sua latitanza, era l’unica in possesso di chi lo cercava. Lucia si lamenta, perché gli è stato negato il bonus bebè. Si lamenta, se la prende con lo Stato, non capisce cosa c’entri lei, innocente, con i fatti compiuti dal padre. Nulla. Ha ragione. Non c’entra nulla e, se il bonus bebè non le è stato riconosciuto, semplicemente è perché qualcosa evidentemente non le dava quel diritto. Ma non è questa la sede per entrare nel merito.

Quello che andrebbe detto a Lucia, però, è che se è vero che le colpe dei padri non possano ricadere sui figli, è altrettanto vero che i figli debbano prendere le distanze dai padri, smettere di negarne le responsabilità gravissime. Lei e la sua famiglia hanno sempre respinto le accuse dimostrate, certificate, sicure mosse al capofamiglia.

Lucia dovrebbe prendersela con il suo papà boss, quello che in una intervista di qualche anno fa descriveva come un uomo buono e colto, che leggeva tantissimo, un papà premuroso. Lo stesso che magari, poco prima o poco dopo averle accarezzato i capelli o averla abbracciata, aveva dato l’ordine di strangolare e sciogliere nell’acido un ragazzino, colpevole solo di essere figlio di un collaboratore di giustizia. Oppure l’ordine di uccidere tanti padri di famiglia, che facevano il loro dovere, quello di difendere lo Stato dalla sporcizia mafiosa.

Ma in fin dei conti, non è nemmeno questo che sconvolge o irrita, perché dalla famiglia Riina è normale aspettarsi accuse contro lo Stato e parole al miele per il proprio padre. Quello che più irrita, che sconvolge sempre, nonostante ormai ci stiamo abituando davvero a tutto, è che questa gente ha fan, ha lettori e amici virtuali che idolatrano il vecchio boss e si scagliano contro le istituzioni. Siamo oltre il vilipendio. Allo Stato e alla memoria. L’intelligenza, quella, non la consideriamo più, dal momento che il vilipendio lo subisce ogni giorno su mille fronti e attraverso la moltiplicazione dei canali a disposizione degli imbecilli.

Il tema vero è proprio questo: abbiamo lasciato che il silenzio nutrisse lo stomaco e gonfiasse il petto dei cialtroni. Forse è ora di ritornare a tirar fuori la voce e spezzare quel silenzio, in qualsiasi modo. E magari, quando si parla di dignità e di atti che mostrino la superiorità dello Stato verso un criminale efferato, ancora così influente, proviamo a usare un po’ più di cautela e capire che con certa gente la nobiltà di un gesto e del diritto conta poco. Anzi non conta affatto.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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