Select Page

I rifugiati finiti tra le grinfie dei trafficanti di organi

I rifugiati finiti tra le grinfie dei trafficanti di organi

Un mercato fiorente, in espansione, con le sue tariffe e i suoi intermediari. Un mercato che è il segno di come l’orrore e la malvagità degli uomini non conoscano tregue. Si attivano e muovono sempre, sfruttando le nuove “opportunità”, come segugi a caccia della prossima preda da stanare. A quale scopo? Sempre lo stesso: realizzare profitti. Le guerre, si sa, sono la migliore opportunità di guadagno per gli spietati. Non solo per le industrie degli armamenti, ma anche per altre “industrie”, solo apparentemente marginali, che approfittano della miseria altrui. La notizia questa volta viene dal Libano ed è il frutto di una inchiesta condotta dal giornalista della BBC, Alex Forsyth.

Il Libano accoglie quasi due milioni di rifugiati, dei quali circa un milione e mezzo è costituito da profughi siriani, scappati in questi anni dal conflitto che sta insanguinando la Siria. Un milione di loro sono stati registrati dall’Alto Commissariato per le Nazioni Unite, gli altri sono praticamente fantasmi: in mezzo a loro, anche qualche decina di migliaia di palestinesi provenienti sempre dalla Siria.

Molti di questi rifugiati vivono in condizioni di estrema povertà, non trovano lavoro, non hanno mezzi di sostentamento. Naturalmente non hanno nemmeno il denaro necessario per lasciare il Libano e spostarsi altrove. Ecco allora che, in mezzo a questa disperazione, si insinua uno degli orrori più grandi: il traffico di organi. Non è una novità, ma il racconto della BBC, riportato anche dall’agenzia Reuters, ma passato abbastanza in sordina sui media italiani, ci sbatte davanti la realtà che emerge dalle parole di uno dei nodi della rete del traffico. Si chiama Abu Jaafar (nome fittizio dato dal giornalista per tutelare l’anonimato della sua fonte), è un ex buttafuori che oggi vive facendo da intermediario tra la domanda e l’offerta, tra chi chiede un organo e chi lo vende.

Opera a Beirut, in un ufficio ricavato sul retro di una caffetteria. Come lui, a quanto pare, ci sono altri sette intermediari che agiscono in Libano, soprattutto perché la presenza dei rifugiati ha “ingolosito” i trafficanti. C’è quello che serve: gente disperata in condizioni misere. Il cinismo di Jaafar fa venire i brividi: “Sfrutto la gente, so che quel che sto facendo è illegale, però anche loro ci guadagnano. Molti di loro sarebbero morti comunque…Il cliente può usare i soldi per migliorare la sua vita e quella della sua famiglia, può comprare una macchina e lavorare come tassista o spostarsi in un altro Paese”. E ancora: “Vendere un organo non è niente, rispetto all’orrore che hanno vissuto nel loro Paese’.

Il sistema è questo: Jaafar riceve le richieste dai compratori e organizza la vendita. È già riuscito a vendere gli organi di una trentina di rifugiati negli ultimi tre anni. In Libano la condizione della gran parte di loro (circa il 70% secondo le stime) è di miseria assoluta. E questo li spinge a vendere i propri organi, soprattutto i reni, anche se Jaafar racconta di saperne “piazzare” anche altri e di aver convinto un rifugiato a vendere un occhio a un compratore che, prima, ha richiesto e ricevuto una foto via Whatsapp per essere certo della bontà della “merce”. Il tutto viene raccontato con una calma che fa davvero paura. Paura come la miseria e la disperazione a cui sono costretti questi poveri cristi già dilaniati dalla guerra, dal dolore e dagli orrori provati.

Spesso i “pazienti” sono molto giovani, come un diciassettenne che nella guerra ha perso padre e fratelli e che vive in Libano da tre anni con mamma e sorelle. Ha venduto un rene a Jaafar, in cambio di 8mila dollari. L’inviato della BBC lo incontra: è adagiato su un divano, sente dolore e la benda posta sulla ferita è chiazzata di sangue. “Non volevo fare questo, ma sono disperato. Non avevo altra scelta”, racconta. Ecco perché il traffico di organi, in Medio Oriente, in questo momento sta conoscendo una fase di crescita. I più a rischio sono i profughi non registrati, quelli arrivati dalla Siria dopo maggio del 2015, quando il governo libanese ha chiesto alle Nazioni Unite di non registrare più i migranti.

Al contempo, la scarsa disponibilità alla donazione di organi per motivi religiosi nell’area mediorientale, trova una soluzione alternativa in questo mare di miseria e di emarginazione costituito da centinaia di migliaia di persone che vivono sotto la soglia di povertà in un Paese straniero. Vittime collaterali delle bombe e della guerra. Le operazioni chirurgiche vengono eseguite in appartamenti affittati per l’occasione, in condizioni non idonee che possono comportare rischi letali per i “pazienti”. Abu Jaafar, però, con il suo cinismo disumano, non se ne cura. Lui deve solo trattare con i compratori, convincere i rifugiati ad accettare, accompagnarli nel luogo stabilito per l’intervento e dopo riaccompagnarli indietro e occuparsi di loro per una settimana fino a quando non vengono rimossi i punti. E poi incassare.

Del resto non gliene importa nulla. Nessun ripensamento, nessun rimorso: “Una volta che rimuovono i punti – dice – a me non interessa più cosa succede a loro. A me non importa se il paziente muore dopo che io ho avuto quello che volevo. Non è un mio problema quel che succede dopo che il cliente mi ha pagato”. Non è un suo problema, dice. Lui sfrutta solo una domanda e prova a creare una risposta a quella domanda. Un facilitatore, ecco come si definisce. ”Non costringo nessuno a sottoporsi all’operazione”. Forse perché quando si sfrutta la disperazione a volte si può essere convincenti con poco.

Questa è un’altra pagina drammatica, terribile, disumana dentro la vita di un rifugiato. E a quanto si sa è molto diffusa e coinvolge gente senza scrupoli che le autorità evidentemente non vogliono toccare, se è vero che l’intermediario libanese intervistato dalla BBC vive tranquillo, temuto e rispettato dal suo vicinato, recluta i disperati nel suo ufficio improvvisato di Beirut, dove riceve (anche nel caso del giornalista Forsyth) tenendo sempre una pistola al suo fianco. Mentre l’Europa polemizza sulle Ong che salvano la gente stanca e disperata dal mare, i criminali veri agiscono indisturbati, nonostante a trovarli e sgominare non solo la rete di intermediari ma anche quella dei compratori, ci vorrebbe davvero poco. A meno che non si voglia far credere che le forze di intelligence siano meno dotate di un seppur bravo giornalista.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vignetta della Settimana

Musica Video

Loading...

Tweet Recenti