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I vigliacchi, le mazze e i silenzi

I vigliacchi, le mazze e i silenzi

Neanche due settimane fa, dentro uno dei Navigli milanesi era finito un ragazzo di venti anni, malconcio, ferito e costretto a schivare le bottiglie e gli sputi che un gruppuscolo di vigliacchi esaltati lanciava in sua direzione, infischiandosene del rischio di colpirlo o di vederlo annegare. Poche ore prima era stato assaltato un centro sociale, nel quartiere Gratosoglio, da altri fanatici armati di caschi, mazze e coltelli, con l’obiettivo di distruggere tutto. Qualche giorno fa, è toccato al consiglio comunale di Monza, dove un altro gruppetto ha fatto irruzione per chiedere lo stop ai profughi, con urla e insulti verso il sindaco e la sua maggioranza.

Ma andiamo con ordine. Milano, 2017. Nella città del Fuori Salone, dei lustrini ancora una volta accesi, dell’innovazione e dei piani per la sicurezza, accade che un ragazzo, in compagnia di una ragazza e un paio di amici, in una serata tranquilla, mentre attende di entrare in una discoteca, si trovi costretto a scappare da un branco di circa venticinque violenti pronti a massacrarlo. Non è una rissa, una reazione spropositata a una provocazione, uno dei tanti casi di cronaca tristi ma non sempre prevedibili: qui siamo di fronte a un’aggressione di matrice politica. Un ventenne impegnato nella rete studentesca viene riconosciuto e punito per le sue idee. Fuori da ogni contesto di lotta, in una serata normale.

Venticinque persone contro un ragazzo. Uno stuolo di mezzi uomini, vigliacchi, contro una sola persona, umanamente impossibilitata a difendersi. Venticinque ignoranti che poi si beano di mettere la firma, affermando di essere di “Casa Pound”, cioè di quella specie di movimento tanto amato agli estremi della destra e oltraggioso anche nei confronti della raffinata poetica di Ezra Pound, di cui probabilmente conoscono solo il nome e una parte della sua complessa vicenda. Un episodio di una gravità assoluta che avrebbe meritato l’attenzione di mass media nazionali, istituzioni, forze di polizia e non solo.

Qualche ora prima del vigliacco raid di questi baldanzosi militanti, si era già verificata un’altra “eroica” azione squadrista, con coltelli, mazze e caschi, presso un centro sociale del quartiere Gratosoglio, in un tentativo fallito di massacrare e distruggere. Appena una settimana dopo, a Monza, una trentina di attivisti di Casa Pound interrompe lo svolgimento del Consiglio comunale, con urla, slogan, insulti, bandiere e uno striscione. Una pessima immagine, dal forte connotato simbolico. Una istituzione democratica che si vede impedire lo svolgimento del proprio lavoro.

Tre fatti. Non gli unici, ma soltanto gli ultimi. Fino al prossimo. Ovviamente, a parte il caso di Monza che, per aver coinvolto una istituzione, ha ricevuto un minimo di attenzione, sugli altri due casi, uno dei quali poteva finire in tragedia, la maggioranza dei media ha taciuto, perché evidentemente non fanno notizia.

Allora vorrei capire se c’è bisogno che ci scappi il morto prima di interessarci di quello che da un po’ di anni sta sporcando la democrazia italiana. Forse qualcuno non se ne accorge, ma il Paese è di nuovo precipitato in una dimensione anacronistica che ripropone l’orrore di un fanatismo che, oggi, è sì privo di una vera cultura ideologica, di una matrice realmente culturale, ma è comunque stracolmo di benzina da gettare sul fuoco dell’ignoranza. Siamo davanti alla violenza pura, a vigliaccheria ostentata in virtù di una impunità che rende fieri, gradassi, arroganti. Ma sempre e solo in branco, sia chiaro.

Bisognerebbe chiedersi se non sia il caso, per gli organi che guidano il Paese e quelli che governano la stampa, di cominciare a far qualcosa per mettere a tacere chi pompa odio, chi vomita benzina su un fuoco pronto a mutarsi in incendio e che, spesso, trova sponde nelle azioni e nel linguaggio di molti altri soggetti, più o meno istituzionali. Parlamentari, sindaci, politici locali, giornalisti, conduttori tv giocano quotidianamente con le parole e con la violenza, soffiando su un vento funesto senza preoccuparsi di quanto possa arrivare lontano e di quali catastrofi possa portare.

Come in molti paesi europei, anche in Italia assistiamo alla rinascita di gruppi che pensavamo di aver lasciato in pasto ai vermi della storia. Sono una minoranza, ma fanno rumore, minacciano, colpiscono e si beano dell’impunità garantita. Da chi? Da uno Stato che consente ancora la formazione di partiti e movimenti che si rifanno a un dittatore e alla sua ideologia marcia, a una storia orribile che ha trasformato l’Europa in un patibolo insaziabile, nel palcoscenico tetro di una tragedia sanguinosa.

Uno Stato che assiste, abulico, da anni, a episodi simili, a situazioni inaccettabili e rimaste irrisolte e che partorisce persino misure (come il decreto Minniti dell’attuale governo) che sembrano quasi un modo per ammiccare a queste forze e al consenso dei loro simpatizzanti. Uno Stato che troppo spesso consente, attraverso sindaci, prefetti e questori, lo svolgimento di manifestazioni di piazza, concerti nazirock, sfilate lugubri, commemorazioni di nazisti e di fascisti, nonostante siano in netto contrasto con i valori della Costituzione.

Ciò avviene, per giunta, nello stesso Paese nel quale, periodicamente, assistiamo al rifiuto da parte di enti e istituzioni di far risuonare le note di Bella Ciao, che è il canto di quella Resistenza (e non di una parte) che ha portato alla nascita della Repubblica e della democrazia. Ecco perché questo silenzio imbarazzante sulla gran parte d queste vicende, alla fine, irrita ma non stupisce. Perché siamo ancora pieni di scorie fasciste, più o meno visibili. Speriamo solo che non ci debba rimettere la vita qualcuno per costringere una nazione così priva di memoria e così complice ad aprire gli occhi, a non voltarsi dall’altra parte e a mettere finalmente in azione le mani del legislatore ma in versione democratica e umana.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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