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La “Ri(e)voluzione” rock degli Yeah! Mutation

La “Ri(e)voluzione” rock degli Yeah! Mutation

Yeah! Mutation è un progetto nato nel 2013. In origine composto da quattro elementi, nel 2015 è diventato un quintetto. Cambia il numero ma non la loro idea musicale, che consiste in un rock elettronico di ottima fattura che accompagna testi mai scontati, emblema di chi scrive per raccontarci qualcosa, perché ha davvero qualcosa da dire. Gli Yeah! Mutation, non a caso, sono stati premiati, nel 2016, vincendo il concorso “Rock all’opera” di Modena, per la realizzazione di una propria opera rock, intitolata “Ri(e)voluzione”, andata in scena poi a maggio dello stesso anno al teatro Luciano Pavarotti della città emiliana.

Tale opera ritorna nel loro primo disco, “Ri(e)voluzione”, uscito a metà marzo e promosso e distribuito da ALKA record label: un concept album composto da dieci tracce di rock elettronico e sperimentale che narrano in musica una storia piena di speranza e disillusione. Un lavoro complesso e profondo fatto di note intense, suonate da un piano (come nel Preludio), e note più leggere, lungo le quali si avvicendano, come in un’opera teatrale, l’illusione e la disillusione.

Su tutto incombe la guerra, come gioco subdolo di una dama in nero che impedisce ai soldati di fermarsi pur di saziare il suo appetito: i fucili sono ora i synth ora le chitarre che “sparano” accordi e musica. Convincono le tastiere e il riff ipnotico in Una bandiera, singolo estratto (ascolta e guarda il video ufficiale qui): in questo brano, grazie ai synth e ad una voce piena, teatrale e straziante, una bandiera sventola sopra il dolore e le speranze perse; quel dolore cancella tutto, anche il volto del nemico, anche il futuro.

Gli Yeah! Mutation ci raccontano una e più “ri(e)voluzioni” che danno a mani insanguinate il diritto di scrivere la storia, regalando agli schiavi solo l’illusione della libertà (come in La verità del vincitore pt. 1 e pt. 2). In Oltre le stelle ci insegnano, allora, che l’unica rivoluzione capace di non illuderci resta l’amore. Perderci negli occhi di chi amiamo è l’unica rivoluzione che ci permette di sopravvivere ed essere noi stessi. In questa canzone, violino e piano si incontrano e ci fanno librare in un volo stupendo oltre l’orrore della guerra.

Alba, ottava traccia del disco, è avvolgente e fa esplodere la musica e il terrore che in un attimo si stiano vivendo l’inizio e la fine, condannati dalle labbra di una spia che ci ha venduti al nemico. In Attimo di follia, invece, il rock diventa quasi progressivo e riesce a farci ubriacare di libertà.

In Ri(e)voluzione, ultimo brano che dà il titolo all’album, restano il suono scordato di un carillon e una bellissima voce che sussurra una nenia dolcissima. Ancora una volta, però, in questa apparente pace si insinua il dubbio che bisogna lottare per conquistarsi un mondo migliore. Ancora una volta bisogna insorgere e versare sangue in attesa di un nuovo capo, “perché in fondo – come cantano i nostri artisti – una rivoluzione porta solamente un nuovo padrone”, perché essere schiavi è in realtà quello per cui si lotta e che ci permette di smettere di pensare. Questa dolcissima nenia riappare poi in una ghost track di Ri(e)voluzione, con archi e piani: una dimensione eterea e lontana che affascina e convince totalmente.

Gli Yeah! Mutation ci piacciono perché propongono un rock maturo e testi mai banali. Un rock che non deve inseguire ritornelli, ma può progredire e stupire proprio per le sue evoluzioni e rivoluzioni, sviluppandosi senza paura in assoli di chitarra. Li consigliamo e vi invitiamo, per conoscerli meglio, ad ascoltare l’intervista a Filippo Sgarbi, chitarrista del gruppo, nel podcast della trasmissione “The Independence Play” a loro dedicata sulla nostra radio (clicca qui per ascoltare la puntata sul nostro canale Youtube).

FrankaZappa -ilmegafono.org

La copertina dell’album Ri(e)voluzione

Autore

FrankaZappa

Collaboro da tempo con Il Megafono, dove insieme a Manuele curo la pagina musicale e il programma "The Independence Play" sulla nostra radio web. Sono una metallara nostalgica, stregata, quando ero poco più che bambina, dall'urlo "Looove" di Robert Plant. Di quell'amore per la musica ne ho fatto la mia spina dorsale di "metallo non metallo" che mi ha portato fino a qui. Oggi amo un sax che non mi corrisponde. Grazie a lui e al jazz ho scoperto che ancora esistono nuovi pianeti da esplorare, perché per me alla fine la musica resta l'unico modo di immaginare "the dark side of the moon".

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