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La mafia trapanese aveva persino una banca

La mafia trapanese aveva persino una banca

All’alba del referendum che, secondo molti, deciderà le sorti del Paese intero, dalla Sicilia giunge una notizia che ha del clamoroso. Il tribunale e la Guardia di Finanza di Palermo, in collaborazione con la Dda, al termine di un’indagine lunga e piuttosto complessa, sono riusciti ad ottenere l’amministrazione giudiziaria del credito cooperativo “Senatore Pietro Grammatico” di Paceco (TP). In poche parole, per la prima volta in Italia, una banca è stata sottoposta ad una vera e propria misura di prevenzione antimafia.

Dalle carte dell’inchiesta, infatti, appare che la banca sarebbe stata in mano alla mafia trapanese e, nello specifico, al boss Filippo Coppola, già condannato nel 2002 con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. L’uomo, figlio dello storico capomafia degli anni ‘90 Giacomo Coppola (accusato, tra l’altro, di aver ospitato in casa propria un summit al quale avrebbe partecipato il super latitante Matteo Messina Denaro), è ritenuto dagli inquirenti la figura di spicco della mafia locale. Gli ultimi eventi in relazione alla gestione della banca ne dimostrerebbero il potere assoluto nell’intero territorio.

Il risultato che ha portato alla scoperta di un caso così grave e molto importante, è stato reso possibile grazie all’utilizzo di un software particolare, denominato “Molecola”, che ha permesso di incrociare i dati di diverse persone vicine all’istituto di credito: in questo modo si è riusciti ad ottenere un campione di 1600 soci e a scoprire che, tra questi, ben 326 avevano precedenti criminali e 11 erano collegati alla criminalità organizzata. Nello specifico, non possiamo non citare il nome di Rocco Coppola, fratello del boss Filippo, dipendente e poi direttore della filiale di Trapani.

In poche parole, grazie alla presenza di uomini vicini alla cosca (se non addirittura appartenenti alla stessa), la banca avrebbe permesso movimenti clamorosi e tutti col fine unico di agevolare gli interessi dei mafiosi: nel 2008, infatti, la cognata del collaboratore di giustizia, Francesco Milazzo, riuscì a prelevare ben 120 mila euro; la banca, in quell’occasione, spiegò che il fatto era dovuto alla crescente paura da parte della cliente nei confronti della situazione economica mondiale (che la Banca d’Italia abbia creduto a tale spiegazione non è forse ancor più grave?). Qualche anno dopo, invece, Pietro Leo (condannato per diversi reati di mafia) avrebbe stipulato un mutuo di 237 mila euro con la possibilità di restituirne soltanto 135 (la figlia, tra l’altro, era una dipendente della banca).

Una gestione economica folle, potrebbe ammettere qualcuno. Peccato, però, che alla luce di quanto scoperto dagli inquirenti, tale gestione avesse un senso molto particolare e che per diversi anni ciò sia stato possibile senza l’intervento di nessun garante e/o “controllore”. La Banca d’Italia, come si diceva poc’anzi, ha praticamente sottovalutato tali avvenimenti (le due ispezioni avvenute relativamente nel 2010 e nel 2013 hanno portato ad un nulla di fatto) e ciò è indirettamente tornato a favore degli interessi della famiglia mafiosa dei Coppola, che ha agito indisturbata.

“La Banca –  ammette il procuratore Franco Lo Voi – è stata gestita e amministrata negli ultimi anni, e addirittura dalla sua creazione, da soggetti in contatto con ambienti legati alla criminalità organizzata o da soggetti ritenuti vicini alla mafia”; inoltre, ha aggiunto il procuratore, “le raccomandazioni che la stessa Banca d’Italia aveva indirizzato alla banca di Paceco sono state ignorate attraverso un adeguamento formale e parziale, insomma sono stati ripetutamente trascurati gli obblighi previsti dalla normativa anti riciclaggio”.

All’alba del referendum del 4 dicembre, dicevamo, nello stesso momento in cui i giornali affollano le proprie pagine di notizie e commenti sul voto, la giustizia italiana riesce a porre fine ad una connessione pericolosa tra un istituto di credito e la criminalità organizzata. Che tale notizia non meriti le prime pagine dei quotidiani in questi giorni così tumultuosi possiamo capirlo. Noi, però, preferiamo andare oltre e lo facciamo ricordando ai nostri lettori che, con ogni probabilità, a rendere migliore un Paese in caduta libera non sarà certamente una crocetta posta né sul quadratino di sinistra né su quello di destra. Perché la corruzione e la criminalità, con la Costituzione c’entrano molto poco.

Giovambattista Dato -ilmegafono.org

Autore

Giovanni Dato

Nato a Catania, sono laureato in Lingue e Letterature Straniere e vivo a Londra dal 2014. Batterista, amante della musica e di ogni altra forma d'arte, mi occupo di Legalità dal 2008, passione che è nata e cresciuta dagli insegnamenti di grandi uomini come Falcone e Borsellino.

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