Select Page

Il gioco della non responsabilità che arma gli assassini

Il gioco della non responsabilità che arma gli assassini

Una vittima. Questo sarebbe Amedeo Mancini, l’assassino di Emmanuel, secondo don Vinicio Albanesi. Vittima di una società che non è riuscita a controllarne l’aggressività e l’istintività. Il senso della responsabilità, dunque, viene in qualche maniera spostato. La colpa di un’azione finisce per essere ascritta sempre a qualcosa di esterno rispetto al colpevole. Una prospettiva che, seppure a volte applicabile, non può essere banalizzata né può andar bene per tutto. Non è possibile che, davanti a un atto barbaro come l’uccisione di un ragazzo che aveva reagito a un’offesa razzista, si continuino a cercare attenuanti, si continui indirettamente a evitare al colpevole l’attribuzione della piena responsabilità.

Che lo faccia il legale di Mancini è comprensibile, ma fermiamoci qui per favore. Comprendo la visione religiosa che anima il sacerdote, ma bisogna fare attenzione alle parole, perché siamo in un Paese nel quale in questi giorni in troppi hanno cercato di allontanare le colpe, di ridimensionare l’accaduto. Tra mitomani, leghisti, cialtroni da tastiera, razzisti vari, parlamentari vigliacchi si è fatta strada l’idea di un incidente, di una reazione legittima a un’aggressione, di una rissa finita in tragedia. Di colpo, sono passati in secondo piano l’insulto e la provocazione razzista, quel maledetto epiteto di fronte al quale, secondo l’idea di Mancini e di chi sta con lui, la vittima avrebbe dovuto chinare il capo e accettare.

Perché questa è la logica che accomuna tutti coloro i quali lamentano il clamore mediatico attorno a questa vicenda. Gli stessi che hanno persino creato hashtag di solidarietà e sostegno all’omicida. Un omicida che, probabilmente su suggerimento del suo legale, vuole passare per buono, per vittima di un impeto generato da un eccesso di autodifesa, dimenticando che l’oltraggio razzista è di per sé un’arma di attacco. Chiede scusa, Mancini, e offre alla compagna di Emmanuel, Chinyery, una parte dei suoi beni. Come se fosse una questione materiale. Come a dire che con i migranti, gli africani, i poveri del mondo sia sufficiente riempire il loro portafoglio per cancellare ogni dolore e acquietarne la dignità ferita.

Un altro pugno, un’altra offesa che è figlia delle strategie processuali, quelle che hanno come unico obiettivo l’impunità o quantomeno la riduzione della pena. Questa sarebbe la vittima secondo don Vinicio (le cui parole, lo ripetiamo, sono benevolmente animate da una ragione di fede), il quale ha aggiunto di essere anche disposto a perdonare. Il perdono, però, è una cosa seria, un sentimento intimo e complicato. È una scelta assolutamente personale. Una scelta difficile per chi ha subito più o meno indirettamente una cosa orribile. E, oltre ad Emmanuel, l’unica ad aver subito l’orrore è proprio Chinyery.

Sarebbe allora preferibile se gli altri, compresi gli uomini di fede, evitassero in questo momento di indicarle indirettamente una via, dando mostra di sentimenti di perdono, e rispettassero invece il raccoglimento doloroso di una donna segnata ancora una volta dalla vita. Una donna che magari, in questo momento, quel perdono non lo cerca, non lo immagina, non lo concede. Sarebbe meglio, piuttosto, concentrarsi su quello che è accaduto. Sulle reazioni di molta gente che ha vissuto quasi con fastidio la colpevolizzazione dell’assassino. Gente che probabilmente ritiene che l’insulto razziale o i pugni mortali siano meno deplorevoli della reazione di orgoglio e dignità delle vittime.

Questo è un atteggiamento sociale pericoloso e porta le persone a differenziare continuamente la propria percezione di un caso di cronaca. Se l’aggressore è un immigrato, specialmente di pelle nera o musulmano, l’indignazione è massima e la richiesta delle sanzioni è smisurata, incessante, mentre le responsabilità sono immediatamente chiare e accertate e distribuite fra tutti gli immigrati (compresi quelli che con quel fatto non c’entrano) e fra coloro i quali si schierano accanto ai loro diritti. Se invece l’aggressore è italiano, anche se si tratta di un fascista, di un ultrà, di un delinquente e così via, l’indignazione è quasi nulla, c’è indifferenza o peggio si ribalta la storia fino a quando non si riesce a trovare una qualsiasi causa scatenante attribuibile alla presenza degli immigrati o a un loro comportamento.

Qualcosa che possa in qualche modo deresponsabilizzare l’autore del misfatto, trasformandolo in vittima di un sistema più grande di lui (la società, la politica, la crisi, ecc.). Una logica non nuova, dato che ripropone esattamente quanto subito nei secoli scorsi dagli emigranti italiani negli Stati Uniti, in Germania, Svizzera, Francia, Belgio e così via. Una logica soprattutto allarmante, perché discrimina persino tra reati a seconda di chi ne sia l’autore. Una logica che si rafforza perché trova legittimazione politica in chi la nutre, la esaspera strumentalmente, la produce in laboratorio. Ed eccoli i veri responsabili, coloro che offrono le pallottole per i fucili da caccia dei razzisti.

Sono coloro i quali ogni giorno discriminano, spersonalizzano, etichettano gli immigrati. Sono quelli del “prima gli italiani”, del “chi delinque va espulso”, del “non si possono permettere di delinquere a casa nostra”. A loro, a Salvini, alla Meloni, a Borghezio e a tutti quelli come loro, che giocano al tavolo della democrazia cercando di far saltare il banco, vorrei chiedere se, nel caso in cui un loro caro subisse violenza, troverebbero meno doloroso e più accettabile che il carnefice fosse italiano. Vorrei capire da questa gente se agli italiani considerati doc, solo in virtù dell’essere cittadini nati in questo Paese e di origine italica, è concesso qualcosa in più, anche nella crudeltà di un crimine.

Vorrei sapere se davanti al dolore di un fatto criminoso sia davvero così importante l’origine del criminale per stabilire se quel fatto sia accettabile o meno. E, infine, vorrei sapere se essi davvero pensano che esistano varie gradazioni di orrore, diverse a seconda di chi lo commette. La risposta la conosco già ed è esattamente quella logica maledetta di cui sopra, una logica che arma la violenza dei tanti potenziali assassini sparsi per questo Paese sempre più razzista, dove nemmeno da vittime si può sperare nell’uguaglianza.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Maurizio Anelli

Ho 57 anni, mi occupo di informatica e il piacere di scrivere mi ripaga delle ore passate a parlare con una macchina. Scrivo per il piacere di condividere quello che penso con chiunque abbia voglia di continuare a sognare e discutere. Di cosa scrivo? Di ogni cosa che mi regala emozione, indignazione, rabbia e voglia di provare a cambiare una società che non mi piace. Attualità, storia, politica, sociale, mafia. Perché credo che il Novecento sia un libro che insegna tutto, ma che pochi abbiano voglia di leggerlo veramente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vignetta della Settimana

Musica Video

Loading...

Tweet Recenti