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“Le quarte volte”: il punk-rock pensante dei Masai

“Le quarte volte”: il punk-rock pensante dei Masai

Se siete abituati a fare attenzione ai testi della musica che ascoltate, allora questo gruppo vi stupirà. Parliamo dei Masai, trio torinese formatosi nel 2013 e in uscita con il primo album full-lenght dal titolo “Le quarte volte”. Dieci tracce nelle quali le parole racchiudono un mondo vasto, dalla filosofia, alla letteratura, a pezzi di vita reale: per i Masai tutto è fonte di ispirazione.

Come un rigurgito inatteso vi ritroverete in bocca le parole macinate, amate, spiegazzate, sfogliate, o accantonate, udite, mai lette di chi ha tentato di guardare in faccia la vita e darle un nome, di toccarle il culo o di invitarla a sbronzarsi. Vi ritroverete sulla bocca le parole di Bukowski (prima in Dalìa e poi in Charles), parole che servono da monito: “Tutti siamo pazzi perché la vita è follia”. In Umberto imparerete la lezione di Galimberti che ci ricorda che aveva ragione Nietzsche nel dire che “resta solo la ragione”, perché dio è davvero morto (rimane solo il nichilismo come presenza costante, ospite inquietante).

Ritroverete il pensiero di Heinlein, tra i primi e più grandi scrittori statunitensi di fantascienza, il quale ci ricorda tutte le mille cose che dovrebbe saper fare un essere umano, che non è un insetto e deve sempre rifuggire la specializzazione, sapersi reinventare, uscire dai compiti meccanici.

Con questo album geniale, i Masai si spingono, attraverso il magistrale utilizzo di citazioni e musica, a vedere la vita come ribellione, follia, tentativo, dove solo lasciandosi trasportare si può scoprire che “in ogni caos c’è il cosmo e nel disordine un ordine segreto”, come si ascolta nel brano Jung, dedicato al grande psicanalista svizzero. “Le quarte volte” è un disco che ci insegna ad accogliere questa follia, ci suggerisce di imparare ad amarla, perché solo conoscendola ed accettandone l’imprevedibilità, solo se ci alleniamo a ciò, riusciremo a sopravvivere al “laccio della scarpa che si rompe quando si ha fretta”, come in Charles (parole sempre del grande Bukowski).

Bisogna insomma tornare a essere infantili per rompere il bozzolo delle abitudini e delle convenzioni di mezz’età, come suggerisce Huxley, e non aver risposte né certezze, come ci viene ricordato in Pkd , con le parole di Philip K. Dick: “Non vedere tutto in termini di slogan e partiti organizzati e fedi e morte può essere una convinzione per la quale vale la pena di morire”. Sul fondo, già morta, resta l’opposto a questo tentativo, a questo modo di vivere, a questa vita: ossia l’altra vita, quella insensibile, programmata e asfissiante, la vita come modello “produci-consuma-crepa”. Troìa, invece, condanna l’ammiccante ansia di apparire dei nostri giorni, l’urgenza tutta contemporanea di sorridere da una foto in spiaggia, di mostrare al mondo i propri fottuti baffetti nuovi. Forse è la traccia che sembra esprimere finalmente il punto di vista dei Masai, il loro rigetto per la futilità, per il vuoto, per la superficialità mediocre, inetta. 

Quest’album appare uno studio sociologico puntuale della varietà umana, perché arriva ad analizzare e a dar voce anche a chi di superficialità futile e inetta ha riempito la sua vita, costruito il suo impero. In Silvio, infatti, si ritrova la testimonianza di Berlusconi durante il processo Ruby, con una promessa che sa di minaccia: “Io guardavo interessato perché mi divertivo e continuerò a farlo”. Su tutto, alla fine, resta l’esortazione di Paolo Villaggio (nella canzone Paolo), il quale non ci assolve ma anzi ci provoca: “Vi prego ragazzi, smettetela con questo continuo lamentìo, la colpa è vostra!”

La musica è presente, ma mai ingombrante. Dura, spigolosa e viva. Monta come i pensieri, ci pacifica come la morte. La musica è vuoto e pieno in questo album. Silenzio e frastuono. È un continuo contrapporsi, un costante contrasto, proprio come questi mondi che si sovrappongono e mai si mescolano. “Le quarte volte” è un esperimento mirabile, perché sa far canticchiare pietre miliari della filosofia. Da tutti i brani traspare una ricerca spasmodica dell’essenza, un rifiuto della realtà come gabbia e della vita come programma di produzione. Si erge il bisogno di libertà di ribellione, di sbronzarsi per non pensare. Ascoltare questo disco per la prima volta lascia spiazzati. Ascoltarlo più volte rischia di lasciarvi edotti. Non esitate.

FrankaZappa –ilmegafono.org

Autore

FrankaZappa

Collaboro da tempo con Il Megafono, dove insieme a Manuele curo la pagina musicale e il programma "The Independence Play" sulla nostra radio web. Sono una metallara nostalgica, stregata, quando ero poco più che bambina, dall'urlo "Looove" di Robert Plant. Di quell'amore per la musica ne ho fatto la mia spina dorsale di "metallo non metallo" che mi ha portato fino a qui. Oggi amo un sax che non mi corrisponde. Grazie a lui e al jazz ho scoperto che ancora esistono nuovi pianeti da esplorare, perché per me alla fine la musica resta l'unico modo di immaginare "the dark side of the moon".

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