Il colpo è andato a buon fine. Una truffa aggravata ai danni della democrazia. La coppia, per niente strana, Renzi-Berlusconi, è riuscita nel primo capolavoro di questa prima esperienza comune al governo del Paese. E gli italiani, gli egoisti, i cinici, quelli che amano la furbizia e l’arroganza e che detestano il dissenso, festeggiano. Il premier (quello ufficiale, non il suo alter ego) di un governo non eletto celebra il suo primo successo con una battuta calcistica, come se stesse parlando del proprio condominio: “Politica contro Disfattismo 1-0”. Verrebbe da chiedergli: quale politica? Quella che si maschera da nuovo ma si comporta da vecchio? Quale disfattismo? Quello di chi vorrebbe un Paese democratico nel quale la rappresentanza venga scelta dal popolo e non dalle segreterie dei partiti?

Siamo al folklore, fatto di riti funesti, preceduti da danze orgiastiche e officiati da volti noti, la cui pelle si rigenera al ritmo di sinfonie di potere. Siamo l’unica nazione nella quale una legge elettorale dichiarata incostituzionale da una delle massime istituzioni (con l’obbligo dunque di modificarla) viene riproposta, da un governo non votato dal popolo, in forma pressoché uguale o addirittura peggiorata, soprattutto nelle parti incriminate.

Si gioca sempre con le parole, nella speranza che servano a distrarre, a convincere il popolo che ci si trovi dinnanzi a una novità. C’è bisogno di nascondere la verità, di far sbiadire i tratti del solito disegno perverso finalizzato ad assicurarsi una tranquilla ed equilibrata spartizione del potere. La mano che traccia le linee è duplice: da un lato Renzi e dall’altro Berlusconi, con i loro rispettivi fedelissimi. Due mani che si uniscono e in automatico finiscono per sfregarsi, perché sanno che la preda, ossia l’Italia, è ambita ed è ormai vicina a ricadere nel sacco. Italicum, la chiamano questa legge elettorale. Ma sarebbe più corretto definirla Porcellum bis. Perché il nome patriottico non le si addice minimamente, anzi.

Se vi siete lasciati distrarre dal dibattito sulla parità di genere, forse vi è sfuggito qualcosa di ancora più importante, qualcosa per cui valeva davvero la pena combattere, anche per rendere vana la necessità di attuare per decreto un principio di uguaglianza che dovrebbe essere naturale e finire in secondo piano rispetto al merito. Le preferenze, l’assenza delle quali ha costituito una delle ragioni principali dell’incostituzionalità del Porcellum, continuano a non esserci. Le liste sono bloccate e noi voteremo per chi sarà scelto dai partiti, che volendo potranno inserire anche tutti candidati uomini, con buona pace dei distratti.

Lo sbarramento è elevato, soprattutto fuori dalle coalizioni, così, in un Paese nel quale le minoranze rimangono sempre inascoltate, ad avere voce in capitolo e facilità di azione sarà solo il potere, a cui, per maggiore solidità, verrà garantito anche un premio di maggioranza corposo. Praticamente, per chi vince le elezioni con il 37%, quindi con poco più di un terzo dei voti degli elettori, c’è la possibilità, come avvenuto con il governo Berlusconi dal 2001 al 2008, di produrre le leggi e i decreti che si vogliono e di farseli votare da una maggioranza blindata.

Per farla breve, chi vince gestisce il Paese come vuole, senza troppo curarsi di chi dissente, di chi non è d’accordo. E in una nazione nella quale nessuna forza politica attualmente in campo ha mai dimostrato di agire per il bene della collettività, optando sempre per i propri interessi di parte o per quelli generati da rigidi e irrinunciabili compromessi, lo scenario aperto da questa legge è drammatico. Questa non è democrazia, ma il suo contrario. Se la si considera tale allora vuol dire che si ha una visione patologica della democrazia, arida e intrisa di stridula tracotanza.

D’altra parte, come ciliegina sulla torta, da questa legge che possiamo definire “porcata due”, prendendo a prestito il termine dal grottesco ideatore e firmatario della precedente, manca un altro tema fondamentale: poiché al governo non piaceva, l’aula ha bocciato l’emendamento sul voto dei fuorisede, ossia la possibilità per chi lavora, studia e dunque vive in una città diversa da quella di residenza, in Italia o all’estero, di poter votare in loco, senza doversi sobbarcare spese assurde per poter raggiungere i luoghi di residenza ed esercitare il diritto sacrosanto di ciascun cittadino.

Insomma, come inizio non c’è male. Ecco perché, capovolgendo i termini e riportandoli alla realtà, filtrandoli dunque dalla megalomane visione renziana, sarebbe più logico, alla fine, pensare che a prevalere sia stato in verità il disfattismo sulla politica e non il contrario. Anche perché di politica, negli ultimi venticinque anni, sinceramente se n’è vista davvero poca. E continua a vedersene poca.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org