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Le forchette spuntate ci riprovano ancora…e non solo in Sicilia

Le forchette son tornate. Sembrava fossero ormai seppellite dentro il ventre molle di una storia misera, fatta di ambiguità e fallimenti elettorali, invece ce le troviamo nuovamente qui, pronte a bloccare l’Italia. Ci riprovano, si definiscono ancora forconi e contano sul sostegno e aiuto di un altro pseudo-movimento che si muove dal Veneto, con l’intenzione di fermare il Paese, dal Sud al Nord, riproponendo tutto quel catalogo di rivendicazioni con cui ci avevano tediato e tormentato due anni fa. Ci mancavano solo loro, in questo momento drammatico. Si stanno organizzando, chiamano il popolo alla sommossa, si dicono determinati, ancora una volta, a proseguire a oltranza. Annunciano il tentativo di riappropriarsi della democrazia, di riprendersi la sovranità popolare e monetaria, di andare contro la globalizzazione, ma solo perché ha danneggiato gli italiani, non sia mai che si possa esprimere un concetto più approfondito e generale, globale appunto.

Ovviamente si dicono contro l’Europa, anzi contro questa Europa, ma non propongono un’alternativa. Semplicemente perché non ne hanno una. Qualcuno arriva persino a sussurrare volontà indipendentiste, ossia un rigurgito di secessione, desiderio che evidentemente qualche nostalgico e irriducibile leghista non è mai riuscito a dimenticare. C’è tutto il panorama infimo e qualunquista che ha attraversato la formazione di quel movimento nato da esigenze corporative e da interessi volti all’ottenimento di misure particolari e pass politici, che per fortuna non sono arrivati. Perché i Forconi, alla fine di tutto, hanno lasciato solo il caos di un’economia messa in ginocchio e la rabbia per i danni economici e i disagi subiti da chi lavora e non può permettersi di fermarsi per il gusto di assecondare il carnevale fuori stagione organizzato dai vari Ferro e Richichi negli svincoli autostradali, nei porti, davanti agli stabilimenti industriali.

Per il resto non è rimasto nulla. Se è vero che alle elezioni a cui hanno partecipato, il movimento dei Forconi e i capipopolo che lo hanno nutrito non sono riusciti a ottenere proprio niente dagli elettori. Sono rimasti fuori da tutto. La dimostrazione che questa armata brancaleone ha un seguito solo all’interno di alcuni gruppetti, vale a dire le categorie di appartenenza dei suoi ispiratori: cioè agricoltori e padroncini del settore autotrasporti. Sono sempre gli stessi, ancora loro, capeggiati da Mariano Ferro, ex Forza Italia ed ex Mpa, bocciato inesorabilmente alle scorse elezioni regionali (appena sopra l’1%). Insieme a lui, Giuseppe Richichi, leader degli autotrasportatori con una storia di rapporti stretti con la politica e in particolare con il centrodestra, Domenico Morsello, che in passato è stato candidato con una lista legata a Raffaele Lombardo e poi al movimento guidato dal famigerato Scilipoti.

Per quanto riguarda, invece, l’altra parte del movimento, che muove soprattutto dal Nord-Est, in particolare dalla provincia di Verona, e che preannuncia la “rivoluzione” a oltranza del 9 dicembre, in collaborazione con i Forconi, esso comprende la sedicente LIFE (Liberi Imprenditori Federalisti Europei), i Cobas latte Veneto, quelli di Pordenone, alcuni movimenti di autotrasportatori e di agricoltori del Lazio e altre sigle dall’intenzione eloquente, come la VVPP (Non vogliamo più pagare). Questi sono gli aspiranti rivoluzionari italiani, ai quali dovremo gli eventuali disagi, i ritardi, il deperimento di molta merce, il blocco delle strade, sperando che almeno non vi siano gli eccessi registrati in passato, che quantomeno manchi il clima di intimidazione e anche di violenza di due anni or sono.

Non hanno idee condivise che vadano oltre lo strepitio qualunquista e indiscriminato contro chi governa e contro l’Europa. Non hanno una proposta collettiva, né una visione colta del bene comune. Non si muovono come risultato di un’esperienza capillare, continuativa e sistematica di confronto, studio e azione nei territori. Sono il contenitore che raccoglie l’acqua piovana della delusione generalizzata, quella che mette insieme giovani, precari, disoccupati, operai, piccoli imprenditori, agricoltori, pensionati, ma anche perditempo, furbi, loschi, ultras della contestazione, ecc. Non c’è spazio per il ragionamento. Questi individui che abbiamo già visto all’opera scelgono la forma della protesta dura. Sdoganano Pertini, utilizzandone strumentalmente un celebre pensiero, tirano fuori persino Gandhi, senza il minimo sospetto di commettere un peccato di presunzione o di essere ai limiti della megalomania patologica.

Sia ben chiaro, dentro ci finirà gente che davvero soffre e si appiglia a questi momenti per poter esprimere il proprio dolore, la sofferenza di una condizione precipitata silenziosamente verso il baratro. Di queste persone bisogna avere il massimo rispetto e anche un po’ di comprensione; ma così facendo diventano pedine di una scacchiera mossa da manipolatori che ci giocano su per guadagnarci qualcosa. Le richieste venute fuori due anni fa erano più ridicole delle premesse, rispondevano più a interessi particolari che al bene collettivo. Una colossale presa in giro costata cara a tantissimi lavoratori e imprenditori.

In realtà, non è nemmeno una questione di stabilire se sia giusto o sbagliato bloccare un Paese. In Francia lo si è fatto, per ragioni importanti, in risposta all’approvazione di una legge o come conseguenza di una scelta politica sbagliata. E li abbiamo ammirati quei francesi che compatti fermavano una nazione costringendo chi governava ad ascoltare e correggere il tiro. Ma era un movimento civile, composto da sindacati, partiti, associazioni, intellettuali, studenti. Una risposta politica e consapevole a un’azione sbagliata e dannosa.

Non era qualunquismo vomitato da rozzi condottieri, era il risultato di un dibattito aperto e costante nel Paese. In Italia non va così, anche perché in questo fantomatico movimento rivoluzionario che vuole ribaltare la nazione, ci sono troppe scorie, troppi rifiuti della politica clientelare con la quale hanno trascorso una vita, a banchettare e trattare per sé e per i propri gruppetti. Infischiandosene del resto. Poi hanno cercato un’altra entrata nei palazzi del potere, l’hanno trovata chiusa, barricata dal popolo stesso che credevano presuntuosamente di rappresentare per intero. Non si sono rassegnati. Ci riprovano ancora. Più determinati e minacciosi. Falliranno di nuovo, non temete.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org 

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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