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L’inganno di Baranzate, tra disinformazione e indifferenza

La libertà di pensiero è profumata e salutare. Ti permette di respirare bene, profondamente e di sentire un’essenza incantevole, difficile da descrivere e specificare. Ti aiuta a tenere dritto il timone dei tuoi ideali e dei tuoi valori anche quando navighi dentro un mare di rabbia. Qualsiasi cosa accada. Ovunque tu sia. Anche nella Milano arancione. Una città che si trova costretta a lottare contro l’illegalità che la copre subdolamente, dentro gli anfratti degli affarismi, tra le pieghe delle banconote e il sudiciume degli schizzi di cemento dell’Expo. Il sindaco Pisapia sta operando bene, si muove bene ed è garante di una rottura netta con chi l’ha preceduto e anche con chi siede sul trono della Regione (oltre che con chi ci è stato seduto per anni…). Detto questo, però, l’idolatria e il consenso “a prescindere” sono inaccettabili. Soprattutto se arrivano a negare la realtà di fatti gravi, attorno ai quali si sarebbe potuto fare e non si è fatto abbastanza o nulla. Perché si sbaglia, eccome se si sbaglia.

Lo sgombero del campo Rom di Baranzate, avvenuto nei giorni scorsi, è stato gestito male dal Comune, accompagnato da buona parte della stampa che ha raccontato il tutto in modo inaccettabile, con un carico di falsità e “imprecisioni” che hanno ferito la verità e celato le responsabilità. Partiamo da una precisazione, visto che sul web c’è chi sostiene il contrario, pur di non toccare l’operato della Giunta. Infrastrutture Lombarde è la società incaricata dalla Regione per i lavori di realizzazione della bretella che collegherà Molino Dorino all’A8 (l’autostrada “dei Laghi”). Un’infrastruttura che passerà esattamente sopra il terreno che ospita il campo. La competenza sul campo, sito tra Bollate e Baranzate, è però del Comune di Milano. Se non ci credete, andate a verificare. Altrimenti, meglio tacere. I terreni invece appartengono ai Rom, molti dei quali li hanno comprati circa 25-30 anni fa. Altri li hanno affittati. Su quei terreni hanno vissuto, edificando pian piano delle casette. Abusive, è vero. Ma nel mezzo di un’area isolata e desolata.

Agli indignati vorrei chiedere quante sono numericamente le case abusive di italiani, quelli dal colletto bianco e la giacca firmata, costruite e poi sanate a ridosso di luoghi meravigliosi, sulle coste, nei pressi di riserve o monumenti. E quante ne sono state abbattute.? “Potevamo sanarle anche noi – mi dice un ragazzo del campo – ma nessuno ci ha avvisato dei vari condoni, perché qui le informazioni non arrivano”. Ovviamente l’abusivismo è sempre da condannare, ma resta il fatto che per 25-30 anni nessuno si è posto il problema delle case abusive del campo di Baranzate. Forse proprio perché i terreni erano dei Rom o semplicemente perché quell’area non interessava minimamente. Poi è arrivato l’Expo, sono arrivati i furbi, l’esercito dei furbi, con le divise marchiate “Expo” e le facce pulite. Hanno fatto firmare le cessioni dei terreni a un prezzo da colonizzatori in una terra del Quarto Mondo. Hanno fatto firmare persone non istruite, analfabeti.

Una serie di X impresse da una biro, che diventano bersaglio di un gioco sporco. Una partita malata. Partita malata che non si giocava a porte chiuse, ma sotto lo sguardo del Comune di Milano, del Sindaco, dell’assessore Granelli. Competenti su quel campo. Non ci sono scuse. Quella partita si giocava anche sotto lo sguardo dei due rappresentanti della comunità Rom di Milano, il cui impegno maggiore è stato quello di inveire contro chi ha provato a far conoscere, per mezzo di una lettera, la truffa subita dagli abitanti del campo e a dar voce a una ventina di persone che avevano raccontato, con semplicità e gentilezza, i loro anni di vita complessa e la paura di perdere tutto, compresa quella casa che, abusiva o no, dà il senso della dignità, con il timore di far allontanare quei figli dall’area limitrofa alle scuole che frequentano. I bambini e la truffa. Nessuno ne parla. Nessuno ne scrive. Come nessuno parla delle promesse di assessori, sindaco, rappresentanti della comunità, che assicuravano che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Meglio per chi?

Non volevano soldi, i Rom, ma soltanto restare nelle loro case o, comprendendo l’urgenza dell’Expo, trovare almeno una soluzione alternativa in zona. Un altro campo, una tendopoli, qualcosa che permettesse loro di non allontanarsi, di non allontanare i figli dalla zona delle loro scuole. Li ho conosciuti quei bambini e quelle bambine. Ho notato la straordinaria educazione, il senso di ospitalità, la conoscenza della lingua italiana. Studenti, scolari, come gli altri bambini. Incolpevoli. Ho visto le case nelle quali vivevano. Semplici, pulite, normali. Forse qualche collega avrebbe fatto bene ad avvicinarsi a quella gente, a parlare con loro non da giornalista con taccuino e pregiudizi o con la smania del pezzo sensazionale, ma da essere umano. E avrebbero dovuto farlo pure assessori e sindaco, che invece si sono trasformati in burocrati al soldo di una comunicazione che divora la politica, quella vera, quella sociale, quella che si interessa anche degli ultimi, anche di coloro che la società considera reietti.

Sporchi, brutti e cattivi, ti ripetono. Ladri, abusivi, sfruttatori. Le parole “esseri umani”, “lavoratori”, “studenti” non compaiono nemmeno nell’immaginario di questi maestri della falsa mediazione. È vero, molti di loro hanno precedenti penali, per piccoli reati commessi magari in gioventù. E allora? Molti adesso provano a lavorare, accettando quello che trovano per mandare avanti la famiglia. Un ragazzo ventenne, che lavora come factotum in una concessionaria (porta le auto al lavaggio o dal meccanico), fa parte di una famiglia di 8 persone, tra cui dei bambini. Sono in tre a lavorare, ovviamente con impieghi saltuari. Lavorano, non rubano, non delinquono. Dovrebbero scriverlo gli scribacchini che prima di disinformare non si informano nemmeno, non conoscono, non fanno parola dell’inganno, di mesi di promesse, perché è più comodo solleticare lo stomaco e il sentimento di esclusione che di questi tempi va tanto di moda.

Molti giornali, si sa, specialmente quelli grossi, hanno bisogno del consenso. Quindi perché parlare del fatto che adesso le tante famiglie con bambini e anziani finiranno per strada?  Qualche soldo di indennizzo e poi via, senza niente, costretti all’espediente (però poi si griderà all’emergenza sicurezza, al problema zingari, è chiaro) per sopravvivere. Il Comune dei diritti e della legalità inciampa sulle proprie responsabilità. Ha temporeggiato, ha rinviato, ha promesso futuri interventi per evitare di lasciare per strada queste persone. Risultato? Nessuna vera mediazione. Nessun intervento concreto (tranne qualche incontro sterile) finalizzato a una soluzione alternativa. Non li hanno mai veramente ascoltati. Ovviamente, non tacciamo il peso delle responsabilità gravissime di Infrastrutture Lombarde su tutta la vicenda. E nemmeno minimizziamo l’errata strategia di chi rappresentava la comunità Rom.

Ciò che rimane, alla fine, è un pasticcio. Tutti fuori. Come profughi in fila verso chissà dove, dopo decenni. Vittime della guerra del cemento, dell’Expo, ma soprattutto dell’indifferenza. Di tutti, compresi quei tanti attivisti che parlano, parlano, parlano e poi permettono che accada ciò dietro casa loro. E tutti coloro i quali, pur di non criticare la “giunta arancione”, sono disposti a dimenticare anche le cose in cui hanno sempre creduto. Che non si dica mai che questa giunta possa commettere un errore. Poi sono Rom, sono “brutti, sporchi e cattivi”. Lo vadano a dire a quella gente e a quei bambini, lo vadano a dire a Viviana, una volontaria che in lacrime assisteva alla distruzione del campo. Una volontaria che nessuno ha ascoltato e aiutato. A Baranzate sono stati abbattuti i diritti. Ha vinto l’indifferenza. Ma i responsabili e i loro nomi ci sono. Cerchiamo almeno di non dimenticarli.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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