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La vittoria di Obama e quello strano entusiasmo italiano

Il giorno del trionfo, quello in cui non solo il popolo e i Democratici americani hanno esultato e tirato un sospiro di sollievo, ma anche milioni di persone sparse per il mondo. Obama ha vinto. Ancora una volta. Per altri 4 anni sarà il presidente degli Usa, che hanno scelto di dare continuità all’azione di governo di colui che, per la prima volta nella storia americana, ha riformato il sistema sanitario, mettendosi contro una delle lobby più potenti al mondo. “Il meglio deve ancora venire”, ha detto nel suo discorso alla nazione subito dopo la vittoria.

Ha trionfato perché ha saputo parlare alla parte più vera e orgogliosa degli Stati Uniti, a tutte quelle fasce di popolazione che la crisi la vivono davvero, sulla propria pelle, ai lavoratori, ma anche agli emarginati, agli immigrati, alle tante etnie di quell’universo a stelle e strisce nel quale vivono milioni di clandestini e dentro cui si trova lo scenario orribile di una frontiera, quella messicana, dove la violenza, la morte, i crimini contro l’umanità, la giustizia sommaria di vedette e guardiani travestiti da cowboy sono un dramma a cui porre immediato rimedio.

Ha saputo parlare alle comunità omosessuali, alle donne, ai giovani, a tutti quei settori della popolazione che il suo sfidante, Romney, ha offeso, con uscite scellerate, segno di arroganza oltre che di incapacità strategica. Obama, però, ha vinto anche grazie alla dimostrata capacità di governare in un momento difficile, facendo scelte coraggiose e gestendo con maggiore equilibrio le questioni più delicate di politica internazionale. Il successo del presidente uscente è stato accolto positivamente in molti stati europei, compresa l’Italia. Nel nostro Paese, in particolare, il voto americano è stato seguito e vissuto con frenetico interesse e salutato con entusiasmo.

Il web, dopo l’ufficialità dei risultati, si è riempito di commenti e opinioni a favore di Obama, una vera e propria acclamazione, quasi si trattasse di un candidato alla guida dell’Italia. In tanti hanno scritto che ci vorrebbe un Barack anche per noi, un uomo capace di cambiare rotta, di mettere su una nuova direzione le sorti della nostra malandata nazione. Anche il Pd ha espresso grande soddisfazione, cogliendo l’occasione per lodare, alla luce delle elezioni americane, il sistema delle primarie, forse l’unica cosa buona e degna di nota fatta dai democratici italiani dal momento della loro fondazione. Sinceramente, tutto questo appare un tantino ridicolo e imbarazzante.

Ci sta la gioia per la conferma di Obama, l’apprezzamento per il suo operato, per lo spessore politico, per i contenuti del suo discorso e del suo programma di governo. È più che giustificato l’entusiasmo nel vedere che la linea conservatrice, razzista, misogina e omofoba di Romney e dei Repubblicani sia stata sconfitta e bastonata, soppiantata da un nuovo modello americano, che dia centralità al popolo e non alle lobby, e che metta buon senso in economia e in politica estera. Detto questo, però, non si esageri. Perché noi siamo l’Italia ed è bene che pensiamo a come risolvere i nostri problemi, che la politica di un Paese la bisogna costruire internamente e non sognando un salvatore esterno.

La politica non è il calciomercato, dove con un po’di soldi e arguzia si può comprare un fuoriclasse e affidargli la propria fascia di capitano. Gli italiani continuano a mostrare la debolezza di un tessuto civile e sociale che crede, nel suo inconscio più profondo, che la soluzione ai problemi sia quella di affidarsi ad un uomo solo, ad una guida che possa prometterci di cambiare tutto e tutto risolvere. È un rischio che ha già più di un nefasto precedente nella storia italiana. Le conseguenze, come ben sappiamo, sono terribili e catastrofiche.

Eppure continuiamo a vivere così il nostro Paese, delegando ad un uomo della Provvidenza e poi nascondendo la delega firmata una volta che egli conosce il declino e il fallimento. Costruire insieme, confrontandosi da punti di vista differenti ma sempre votati al bene della collettività è qualcosa che richiede impegno, cultura, onestà, senso dello Stato. Pura utopia, in questa Italia.

Ecco perché piuttosto che invocare Obama e adattarlo alle nostre istituzioni, alla nostra società, si farebbe molto meglio a contestualizzarlo, seguendolo da lontano, osservando dall’esterno quello che riuscirà a fare o non fare in un contesto contraddittorio e immenso come gli Usa, dove da un lato si sono svolte grandi prove di democrazia  e dall’altro si celebra ancora il rito violento della pena di morte, una nazione in cui sono nati il pacifismo e l’ambientalismo internazionali ma dove si è scelto di esportare la democrazia con le armi e le guerre e di realizzare mostri ambientali in giro per il mondo.

Insomma, attendiamo con fiducia le future mosse di Obama e speriamo che sia vero che “il meglio deve ancora venire”. Per gli Usa, forse. Perché per l’Italia, invece, imbambolata a sognare un Obama autoctono, c’è ancora un bel po’ di peggio da godersi.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org 

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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