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Il caso De Simone, un precedente gravissimo per il giornalismo

Richiesta di risarcimento danni per il settanta per cento del totale. Questo è quanto chiede la proprietà del quotidiano napoletano Il Mattino alla cronista Amalia De Simone. Una richiesta che arriva a margine di un risarcimento che il quotidiano di via Chiatamone ha dovuto sborsare secondo quanto stabilito da una sentenza di condanna in sede civile per diffamazione a favore di cinque giudici delle misure di prevenzione del Tribunale di Napoli. Questo a dispetto della legge che prevede la condanna in solido di pagamento per le tre parti coinvolte, proprietà, direttore e articolista, a pari merito. Nella sostanza dei fatti è l’editore a pagare sempre l’intera cifra. Un caso senza precedenti.

È la prima volta nella storia del giornalismo, quantomeno nel Belpaese, che un editore avanzi pretese come quelle di Caltagirone. Una percentuale così elevata che, quantificata in denaro, corrisponde a circa cinquantaduemila euro. Soldi che, secondo una stima del Coordinamento dei giornalisti precari della Campania, in base alle retribuzioni correnti per i collaboratori del quotidiano, equivalgono a duemilaseicento articoli e a quattordici anni di lavoro. Una vita per risarcire un danno. Lavorare per pagare altri. Per un errore per il quale non dovrebbe rispondere un collaboratore esterno precario come era Amalia De Simone a Il Mattino all’epoca dei fatti.

L’articolo “incriminato” non era affatto fazioso o volontariamente contro il lavoro dei giudici che si sono sentiti chiamati in causa. A scriverlo non fu solo la De Simone, ma la quasi totalità dei cronisti che lavorava dalla sala stampa dalla Prefettura, dove arrivò la notizia, con tanto di documentazione al seguito. A differenza di altri articoli in cui venivano citati perfino i nomi dei giudici delle sezioni di misure preventive, nel pezzo di Amalia De Simone si faceva riferimento al solo ufficio. La titolazione fu forte.

E chiunque conosce il lavoro di un giornale di qualsiasi livello sa bene che esiste una scala gerarchica e che un cronista non entra neanche nella discussione per la decisione di un titolo. Quindi il primo errore è del caporedattore e del direttore, che sono le persone deputate in un giornale a prendere queste decisioni e a risponderne: il primo fattivamente, il secondo anche civilmente e penalmente. Il secondo errore dei responsabili delle pagine di giudiziaria del quotidiano napoletano arriva nei giorni e nelle settimane successive, quando non viene pubblicata una rettifica chiesta formalmente dai giudici interessati. Decideranno di pubblicarla qualche settimana dopo, facendo scrivere il pezzo alla cronista senza firmarglielo e schiaffandolo in una pagina interna, in un angolo, senza richiami.

In questi mesi la solidarietà ad Amalia De Simone non è mancata da nessuna parte. Una vicenda che ha unito anche parti magari avverse. Su tutte, sono fondamentali la vicinanza anche pratica dell’OdG  e della Fnsi. Federazione della stampa che ha messo a disposizione della cronista anche il suo legale. Ordine presente anche nella giornata di lunedì 5 novembre per l’incontro sul ddl bavaglio e sul caso De Simone organizzato dal Cgpc (Coordinamento dei giornalisti precari della Campania). Presente sia l’Ordine regionale, nella persona del presidente Ottavio Lucarelli, che quello nazionale, rappresentato anche qui dal presidente Enzo Iacopino.

A seguito del dibattito, Iacopino è riuscito a strappare telefonicamente un incontro col direttore de Il Mattino Virman Cusenza al quale sono state consegnate le oltre cinquecento firme raccolte a mano in segno di solidarietà ad Amalia De Simone. La palla passa nuovamente alla proprietà del quotidiano di via Chiatamone che ora ha ancora più il fiato sul collo da parte degli organi di settore e di molti cronisti.

Ciro Oliviero –ilmegafono.org

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