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Turchia: dopo il terremoto, a Van “il tempo non si è fermato”

Ad un anno da un devastante terremoto che ha ucciso oltre 600 persone, la provincia di Van, nell’est della Turchia, sta risorgendo dalle macerie. Mercoledì 24 ottobre, nell’anniversario del sisma, sono state consegnate ai terremotati oltre 15 mila case, ricostruite e assegnate agli sfollati. Il governo di Ankara e diverse banche hanno stanziato 270 milioni di lire turche (115 milioni di euro), sotto forma di prestiti, per la ripresa delle attività economiche nell’area di Van (capoluogo dell’omonima provincia). Le scuole danneggiate dal sisma di 7,2 gradi della scala Richter sono state ricostruite e sono stati piantati più di 16 mila alberi. In poco tempo sono stati realizzati anche 20 chilometri di strade.

La stima dei danni a Van è stata fatta subito dopo il sisma. I rappresentanti del ministero dell’Ambiente e della Pianificazione urbana, del Direttorato per la gestione delle emergenze e dei disastri, le autorità municipali e l’Unione delle Camere degli ingegneri e degli architetti hanno collaborato per tracciare una mappa degli edifici della provincia. Per diversi mesi, 175 mila persone sono state ospitate in “città container”, allestite poco dopo il terremoto. “Gran parte dei prefabbricati sono vuoti ora – ha spiegato Karaloglu al quotidiano Zaman -. Circa 600 mila persone hanno lasciato la provincia, ma almeno 180 mila sono tornate”. Nel giro di un anno, da città “fantasma” Van è tornata a vivere: certo ancora molto c’è da fare, in particolare nel centro del capoluogo provinciale dove i lavori di ricostruzione richiederanno più tempo.

E non mancano le polemiche sui lavori di ricostruzione: i più critici accusano il governo di aver fatto poco o nulla per rimettere in sesto gli edifici del centro storico di Van e di aver ricostruito solo le periferie, lasciando ancora molte persone senza casa. Eppure il dinamismo economico di un paese, che negli ultimi quattro anni è cresciuto mediamente dell’8%, pur con tutte le sue contraddizioni, è ben visibile in quella che fino a pochi mesi fa era una provincia “fantasma”. A Van, ora, sono 15.341 le nuove case disponibili, 27 le scuole e 24 le moschee. Alcune famiglie, inoltre, stanno ricostruendo “da sole” le proprie abitazioni, mattone su mattone.

Il 24 ottobre scorso, la famiglia Isnas ha fatto ritorno nella propria casa dopo averla ricostruita. “Ora siamo più o meno nella stessa situazione in cui ci trovavamo prima del terremoto”, racconta Namet Isnas, (citato dall’agenzia “Setimes.com”) ricordando che fino a due settimane prima la sua famiglia viveva nelle tende allestite dalla Mezzaluna rossa (la Croce rossa turca). Certo non tutti possono permettersi di ricostruire la propria casa o di comprarne una nuova. A Van però, come spiega Isnas, “ora c’è più lavoro nel settore delle costruzioni rispetto a prima del terremoto” e “se c’è abbastanza lavoro nei prossimi mesi saremo in grado di costruire una casa abbastanza stabile da reggere al prossimo terremoto”.

Sì, perché la Turchia è un paese che non si può permettere errori nella costruzione di edifici antisismici, essendo seduto su ben tre linee di faglia a rischio sismico attive. E, anche nella prevenzione dei terremoti, dopo Van,  in Turchia “qualcosa è cambiato”. Erdogan ha dato il via pochi giorni fa ad un colossale piano messo in cantiere l’anno scorso dopo il terremoto, che prevede la distruzione in 20 anni di 7 milioni di case, un terzo del tessuto urbano nazionale con una spesa di oltre 400 miliardi di dollari. L’obiettivo dichiarato è quello di mettere in sicurezza tutti gli edifici ritenuti non in grado di resistere a forti scosse sismiche, restaurando quelli con valenza culturale-architettonica.

Il piano del governo di Erdogan è stato accompagnato da forti polemiche per il fatto che molte attività saranno gestite da imprese private e non da enti pubblici. Tuttavia il semplice fatto che sia stato approvato e che sia partito con la demolizione di 10 edifici militari nella periferia di Istanbul dimostra che nel paese, dopo il terremoto di Van, “il tempo non si è fermato”, come invece è avvenuto in Italia, e in particolare  all’Aquila, in Abruzzo, dove a tre anni dal terremoto del 6 aprile 2009,  decine di migliaia di edifici non sono stati nemmeno toccati e decine di migliaia di persone vivono ancora in abitazioni provvisorie.

G. L. -ilmegafono.org

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