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Le sue scuse, egregio Manganelli, non le possiamo accettare

Troppo facile, ipocrita, terribilmente irritante. Sarebbe stato meglio, a questo punto, tacere. Lo scrivo a Lei, signor capo della Polizia, perché anche per chiedere scusa c’è un tempo massimo. La giustizia può avere i suoi tempi, in quanto necessita di accertamenti precisi e compiuti, di approfondimenti obbligatori, di indagini che tengano conto delle garanzie, del rispetto della presunzione di innocenza. La giustizia, appunto. Non il buon senso, non l’onestà, neanche la moralità. Sensati, onesti e morali bisogna esserlo sempre, prima ancora delle sentenze di conferma di condanne basate su prove chiare, incontrovertibili, che hanno certificato quello che già tutti noi sapevamo. L’orrore di Genova, la Diaz, Bolzaneto, piazza Alimonda, le torture, i pestaggi, fatti attorno ai quali si sono mossi depistaggi, menzogne, ombre. Quelle ombre che, chissà come mai, egregio Manganelli, diventano immense e fitte quando c’è da accertare un sopruso commesso da un corpo militare.

Le potrei citare tanti esempi, non solo riguardanti polizia e carabinieri, ma anche l’esercito e perfino le polizie locali e i vigili urbani. Sono concittadino di Emanuele Scieri, un giovane e brillante avvocato morto durante il servizio di leva, alla caserma Gamerra di Pisa, precipitato di notte da una torretta per l’asciugatura dei paracadute, un luogo in cui non doveva trovarsi e nel quale è stato costretto a salire dai “nonni”, una razza di squallidi vermi che, all’interno delle caserme, danno vita a show di violenza che spesso finiscono male. Non ha avuto giustizia Emanuele, non ne hanno ancora avuta nemmeno i tanti che sono stati massacrati dalla polizia penitenziaria nelle carceri, né i tanti che hanno subito le angherie o il massacro letale di uomini in divisa. Come nel caso di Aldrovandi, i cui assassini non sconteranno nulla e sulla cui espulsione dalla polizia Lei ha fatto una promessa che attendiamo ancora che venga mantenuta.

E quanti impuniti ci sono stati negli anni, quanti casi insabbiati, quante prove non trovate. Si dice orgoglioso delle donne e degli uomini che appartengono al corpo che Lei dirige: bene, tutti noi siamo orgogliosi di quelle poliziotte e quei poliziotti che, con professionalità ed umanità, rischiano la vita ogni giorno e garantiscono la sicurezza dei cittadini, tra mille difficoltà e con carenza di risorse. Anche per rispetto a loro vorremmo che le mele marce, le parti nere della polizia e delle altre forze dell’ordine, così come dei reparti militari, venissero cacciate via, espulse, spazzate.

Perché non creda che queste scuse siano sufficienti: non bastano né alle vittime, né ai familiari, né a tutti coloro che ricordano bene cosa avete fatto a Genova, quando qualcuno ordinava di caricare gente inerme, con le mani alzate e unite in segno di non violenza. Avete lanciato lacrimogeni sui pacifisti, avete rotto teste, ossa, sfigurato facce, picchiato come belve feroci, mentre uomini in tuta nera, i cosiddetti black bloc spaccavano tutto davanti al vostro sguardo immobile. No, dottor Manganelli, le scuse può tenersele, può riporle nel cassetto dentro cui le ha tenute conservate fino alla sentenza della Cassazione. Lo stesso cassetto dentro cui custodite gelosamente (e immagino con un po’ di paura) la verità sui mandanti, sulla mano politica delle violenze durante quel maledetto G8, sulle presenze istituzionali in cabina di regia.

Ci dovete troppe risposte, lo dovete alle poliziotte e ai poliziotti per bene, lo dovete al Paese e alla mia generazione che, in quei giorni, ha visto riempire di lividi, terrore e fratture i propri sogni di giustizia e di pace. C’è un giudizio morale e umano che viene prima di ogni sentenza. Ci sono stati uomini del suo stesso corpo che hanno denunciato quanto avvenuto alla Diaz e voi avete fatto finta di niente. Nessuna parola. Avete solo negato, depistato, nascosto. C’è stato anche chi, tra i responsabili, è stato promosso.

Per questo, adesso le sue scuse non hanno senso, non servono a coprire le macchie di sangue sui muri di una scuola nella quale riposavano ragazze e ragazzi che avevano scelto di dimostrare democraticamente il proprio dissenso, giovani che, invece di stare a casa a parlare di moda e dell’ultimo gossip, erano lì, a proprie spese, affrontando costi e ore di viaggio, per reclamare un mondo e un futuro più equi per tutti, anche per i suoi figli e per i figli di quelli che sarebbero stati i loro carnefici. Non ci sarà perdono per voi, non sarà accettata alcuna scusa. Avete solo una cosa da fare, egregio Manganelli, per dimostrare di essere pentiti: dire tutta la verità sui fatti di Genova e cacciare via i responsabili. Il resto è solo finzione, una finzione oltraggiosa e urticante di cui tutti noi, che chiediamo verità e giustizia, non abbiamo bisogno.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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