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I concorsi della speranza, una vergogna tutta italiana

23 febbraio 2010: una data storica per il Comune di Roma e per centinaia di migliaia di giovani. L’amministrazione locale bandisce un “maxi-concorso” per quasi duemila posti, tra vigili urbani, impiegati e funzionari amministrativi, ingegneri, responsabili di biblioteche e servizi informativi e comunicativi, geologi, restauratori-conservatori, statistici, maestri d’asilo, esperti di gestione delle finanze e delle entrate e perfino esperti di merceologia e derrate agro-alimentari. In tutto sono 22 concorsi che, secondo l’amministrazione locale, dovrebbero concludersi entro due anni per l’assunzione entro il 2012. Nel 2012 invece sono iniziate le preselezioni: 300 mila iscritti per 1.995 posti. Le preselezioni, iniziate a febbraio, si concluderanno a metà luglio. Le date delle prove scritte e orali saranno comunicate successivamente. Tutto normale per un paese come l’Italia.

Per decine di migliaia di giovani che hanno atteso due anni, tra la ricerca estenuante di un lavoro e lo studio, si tratta infatti di un’opportunità da non perdere, una “vincita alla lotteria”, come molti considerano in Italia il posto pubblico, a tempo indeterminato e tutelato dalle leggi dello Stato. Non importa se siano passati due anni: le selezioni sono iniziate e questo deve bastare. Se però racconti la “lunga storia” del maxi-concorso nella Capitale a un altro cittadino europeo, lo vedi sbarrare gli occhi e rivolgerti una sola domanda: “perché?”. Questo non è dato saperlo. Nel nostro Paese le spiegazioni non sono previste, soprattutto quando si tratta di questioni complicate e legate all’attività politica di esponenti statali, regionali o comunali. L’importante è che ci siano decine di migliaia di giovani che, in un momento di grave crisi come quello attuale, possono sperare in un posto di lavoro, che devono studiare e prepararsi a menadito sul diritto amministrativo, sul regolamento del Comune di Roma e dimostrare una preparazione “sempre teorica” sulle materie inerenti alla carica cui aspirano.

Nel Regno Unito, invece, per accedere a una carica pubblica bastano il proprio curriculum, un colloquio e una prova teorica e pratica. Le preselezioni come quelle avvenute a Roma, nel Palazzetto dello Sport, in enormi aule, su uno sgabello e un cartoncino su cui appoggiare il foglio, in altri Paesi europei semplicemente non esistono. Ci sono invece corsi di formazione cui i giovani interessati al lavoro nel settore pubblico possono accedere. E in pochi mesi, massimo 18, devono dimostrare di essere preparati,  dal punto di vista teorico, ma soprattutto da quello pratico. Nel Regno Unito, lo stage, sia pubblico che privato, è il “placement”, durante il quale il giovane apprendista è pagato e da parte del datore di lavoro c’è tutto l’interesse a insegnargli al meglio il “mestiere” perché possa restare e in futuro formare anche altre persone nella stessa struttura.

Sicuramente in altri Paesi europei i lavoratori pubblici non godono delle stesse tutele garantite a quelli italiani, ma l’accesso al mercato del lavoro pubblico, così come a quello privato, è più razionale, rapido e basato sulla valutazione il più possibile oggettiva della reale preparazione dei candidati. In Italia migliorare e adeguare al secolo XXI il sistema di accesso al mondo del lavoro, in questo caso quello negli enti statali, regionali o comunali, non solo garantirebbe un migliore funzionamento delle stesse amministrazioni pubbliche, ma rappresenterebbe un segnale importante per i giovani, ormai considerati dei moderni schiavi, la cui unica aspirazione deve essere quella di “trovarlo” il lavoro. Non importa se sei sfruttato, sottopagato: devi adeguarti e obbedire. Altrimenti sei fuori.

E per accedere alla “cosa pubblica”, al lavoro nella pubblica amministrazione, devi fare “il concorso” e, se riesci, farti raccomandare da qualcuno che, a sua volta, potrebbe aver studiato per anni, semplicemente per truccare i risultati di una prova. Certo in alcuni casi devi studiare molto, uno studio matto e disperatissimo su materie che forse un mese dopo ti sarai già dimenticato, ma le possibilità di “farcela” e di entrare nel “paradiso dei dipendenti statali” sono davvero poche.

G. L. -ilmegafono.org

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