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A 20 anni dalle stragi, un bel regalo ad uno degli assassini di Falcone

Il tribunale di sorveglianza di Roma ha revocato il carcere duro al boss di Cosa nostra, Antonio Troia. L’uomo, ormai 70enne e gravemente malato, resterà comunque sotto osservazione ancora per un po’ di tempo, ma il trasferimento al carcere ordinario è ormai un dato di fatto. La decisione presa dai giudici romani ha lasciato sorpresi un po’’ tutti, specialmente perché a godere di una decisione del genere è uno degli uomini più temibili della criminalità organizzata siciliana. Troia, infatti, non solo è stato condannato all’ergastolo per omicidio, ma avrebbe avuto un ruolo importantissimo nella realizzazione della strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.

Dalle indagini è emerso che Troia avrebbe custodito l’esplosivo con il quale venne effettuato l’attentato e avrebbe fornito un appoggio decisivo ai killer che quel giorno decisero di colpire lo Stato al cuore. Fu in quegli anni, e nell’ambito delle indaggini sull’attentato, che Troia venne condannato al carcere duro. Proprio lo scorso novembre, inoltre, l’attuale ministro della giustizia Paola Severino aveva confermato il prolungamento del 41bis per il capomafia di Capaci, affermando così la pericolosità dell’uomo. Di parere opposto i giudici romani, secondo i quali la scelta del ministro è priva di “adeguata motivazione”; secondo questi ultimi, infatti, la decisione della revoca della condanna al carcere duro sarebbe stata presa in merito al fatto che l’uomo, da tempo malato, non sembra più collegato a Cosa nostra.

Se è vero, infatti, che tutte le indagini risalenti ai primi anni ‘90 lo vedono costantemente al centro dell’attività criminale (tra cui gli omicidi per cui è stato condannato all’ergastolo), è altrettanto vero che da allora niente è stato riscontrato contro lo stesso, per cui sono fondate, secondo i giudici, le probabilità che Troia non avrebbe più legami con l’organizzazione mafiosa. Per questa ragione, il 41bis non ha alcun senso di esistere. Il carcere a vita resta, ma da oggi sarà un po’ più morbido. Ovviamente le polemiche susseguenti a tale decisione non sono mancate.

Il mondo della politica è in subbuglio: il capogruppo al senato per il Pd, Anna Finocchiaro, ha condannato la scelta dei giudici romani, e ora chiede “la più ampia chiarezza possibile” sulle motivazioni che hanno reso possibile la revoca del 41bis per il boss Troia. Giuseppe Lumia, membro della commissione parlamentare antimafia, ha affermato che “vedere revocato il carcere duro, dopo i tanti sforzi fatti per fare giustizia sulle stragi ed arrivare ad una condanna, è davvero desolante”.

D’altronde, come ha successivamente detto lo stesso Lumia, “non si capisce come si possa prendere una decisione del genere nei confronti di un boss del calibro di Troia che ha avuto un ruolo determinante nella strage di Capaci”. Anche dai banchi del Pdl si sollevano le proteste: secondo Salvino Caputo, “questo beneficio rappresenta un segnale pericoloso che scoraggia l’opinione pubblica”. Insomma, la protesta contro la scelta del Tribunale di Roma è trasversale. Ad ogni modo, la vicenda non è ancora chiusa, poiché la Procura Nazionale Antimafia potrebbe presentare ricorso presso la Corte d’Appello contro tale scelta. Resta da vedere se la cosa si evolverà in tal senso. Se ciò non dovesse accadere, lo Stato avrà perso l’ennesima occasione di dimostrare che la lotta alla mafia non è solo roba da talk-show.

Giovambattista Dato –ilmegafono.org

Autore

Giovanni Dato

Nato a Catania, sono laureato in Lingue e Letterature Straniere e vivo a Londra dal 2014. Batterista, amante della musica e di ogni altra forma d’arte, mi occupo di Legalità dal 2008, passione che è nata e cresciuta dagli insegnamenti di grandi uomini come Falcone e Borsellino.

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