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Il terrore è tornato e non ha ancora un volto

Non avremmo mai voluto essere svegliati da una notizia del genere. Brindisi, le esplosioni, la morte. Uno scenario che apre ferite immense, immagini che riportano alla mente i primi anni Novanta, il tritolo che dilaniava l’Italia, a Palermo, Roma, Firenze, Milano. Esplosioni che infilavano una lama insanguinata nel cuore debole di una politica inesistente. Una scuola, un luogo di vita, dove si insegna la vita e si formano i cittadini. Una scuola intitolata a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, uno degli istituti più attivi nella diffusione della cultura della legalità. Studenti, semplici studenti scaraventati sul selciato, ustionati, feriti, uccisi. Mentre scrivo si rincorrono le voci su una seconda ragazza morta, prima confermata, poi smentita, poi ancora confermata, infine nuovamente smentita. E penso che, forse, i colleghi farebbero bene ad essere più cauti, a non lasciarsi prendere dalla bavosa smania di dare per primi una notizia.

Rispetto è quello che si dovrebbe in questi casi. Rispetto per i familiari o amici, magari lontani da Brindisi, che sono in apprensione per le sorti di quelle persone che stanno lottando in ospedale per non morire, per sopravvivere. Le esplosioni, però, oltre alla morte e ai feriti, lasciano sul campo anche il caos, il disordine, un mare di dichiarazioni affrettate, prese di posizione, messaggi di solidarietà, analisi e opinioni. Fuori dal coro, quel che resta è l’orrore di un ordigno che colpisce la democrazia, la scuote e la fa sanguinare, sapendo che ha anticorpi deboli, difese fragili. Le bombe, in questo Paese, arrivano sempre quando la politica non c’è, quando viene meno al suo ruolo, quando si crea un vuoto, un buco profondo dentro cui si inseriscono le forze oscure che torturano da principio la nostra storia repubblicana, si chiamino mafia o terrorismo.

Non è ancora dato sapere quale sia la matrice di questo vile attentato, perché si stanno analizzando in queste ore sia le modalità che la scelta del luogo e del momento. Non voglio esprimermi, mi sottraggo a chi si dice già certo di una pista piuttosto che di un’altra. Ho una sensazione che mi porta a propendere per un determinato tipo di ipotesi, ma essendo appunto una sensazione e non una certezza non ha senso scriverne. Quello che sento di fare, invece, a nome di tutta la redazione, è esprimere solidarietà agli studenti dell’istituto “Falcone-Morvillo” di Brindisi, ai familiari, ai docenti, al preside, a tutto il personale, ai cittadini. La ferita è profonda, il dolore è immenso, ma sono certo che Brindisi saprà reagire, perché è un luogo che ha dimostrato sempre una straordinaria umanità, una forza che anche stavolta saprà mostrare per difendere il proprio territorio da questo nemico che, presto, avrà un’identità precisa.

Riguardo all’Italia, c’è solo da prepararsi a combattere una guerra che è già iniziata. Ed è giusto  sapere che bisogna farlo da cittadini, consapevoli e determinati, perché non ci sono guide a indicarci la strada. Le parole, la solidarietà, le dichiarazioni e il cordoglio del mondo politico possiamo buttarli nel rifiuto dell’indifferenziata. Perché se oggi questa nazione è tornata ad essere una polveriera lo dobbiamo a chi per anni ha mostrato le spalle alle esigenze della popolazione, ha giocato una partita di pessima fattura tenendo gli italiani sugli spalti a far da spettatori e cacciando via malamente o isolando chiunque provasse ad invadere il campo.

Si interroghino sul serio, lo facciano con il cuore e con un po’ di senso di responsabilità, strappando dai propri pensieri l’ossessione del calcolo elettorale, su quello che hanno combinato, su come abbiano riportato indietro questo Paese, come lo abbiano messo in ginocchio, svuotandolo, impoverendolo sotto ogni punto di vista, banchettando ogni genere di pietanza e poi chiedendo ai cittadini di pagare il conto. Il vuoto politico è uno spazio preoccupante dentro cui ribolle l’acqua putrida di un passato minaccioso. Le nuove sorgenti che provano a colmarlo e ripulirlo sembrano in realtà ancora più nocive, appaiono benzina che cola su un braciere che arde sotto l’apparente immobilità della cenere. La situazione è gravissima, oggi qualcuno forse se n’è accorto per la prima volta. Oggi qualcuno ha compreso che passare il tempo a girarsi i pollici mentre il Paese affonda equivale ad essere complici dell’orrore.

C’è un ritardo oltraggioso in tutto questo, ma nulla è irrecuperabile. Si può ripartire, in barba a chi, da scellerato, pensa che abbattere tutto sia la soluzione. Adesso lo Stato deve mostrare di esserci e di stare dalla parte della gente. Non solo con la repressione di fenomeni eversivi e criminali, ma con misure sociali vere, con interventi che aiutino chi non ha e tolgano più di qualcosa a chi ha troppo, fregandosene di proteste di casta o di resistenze lobbistiche. È ora che questa nazione torni a respirare senza affanno. E se l’Europa non comprende, che si metta in discussione tutto. Con coraggio. Lo si deve all’Italia e agli italiani. Lo si deve a chi è morto sotto i colpi vigliacchi di un nemico senza volto.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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