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Vi prego, non chiamatela rivoluzione…

Ci sono momenti in cui il popolo sceglie di cambiare la Storia, di stravolgere il corso di un destino che appare scontato, immutabile, pesante. Momenti in cui le difficoltà e la stanchezza di un individuo si uniscono a quelle di un altro e di altri ancora, trasformandosi in rabbia e in forza collettiva che distrugge sistemi vecchi, consuetudini logoranti, mentalità opprimenti. Ne abbiamo avuto un esempio recente, con la Primavera araba che ha decretato la fine (almeno per il momento) di regimi che sembravano immortali, eterni, ma che in realtà erano giganti di argilla plasmati e nutriti da alleati “esterni”. E qui il discorso si potrebbe allargare, comprendendo anche un ragionamento sulla tenuta di questi movimenti rivoluzionari. Ma è un tema diverso da quello che voglio affrontare qui. In questi ultimi giorni il web è stato invaso dal racconto di quel che è accaduto e sta accadendo in Sicilia. Una protesta che ha messo in ginocchio l’isola, i “Forconi” che hanno occupato svincoli stradali e autostradali, zone commerciali e industriali, porti. Una protesta dura che ha creato disagi e, soprattutto, ha annebbiato la vista e i pensieri di molti miei conterranei.

Da siciliano che ama la propria terra ho subito cercato di capire cosa ci fosse in questo improvviso impeto di rivendicazioni, in questo repentino e inatteso “risveglio”. Ho sentito gente parlare di rivolta, di “rivoluzione siciliana”, di nuovi Vespri, ho ascoltato le parole dei leader di questo variegato movimento, ho approfondito le origini di questi nuovi capipopolo di un popolo che non è mai esistito. Ho provato amarezza e un aspro senso di vergogna, ho dovuto trattenere i pugni e il vomito di fronte allo scempio che la mia terra, ancora una volta, è costretta a subire. A ciò si è unita la sconsolata constatazione di come, nel 2012, si debba assistere all’oltraggio della parola rivoluzione e del suo significato. In Sicilia non c’è alcuna rivoluzione, ma un atto di forza arrogante e violento, portato avanti da alcune categorie che difendono interessi corporativi. Non è un movimento popolare, non nasce dalla gente, da una condivisione sorta dal confronto e maturata con il dibattito. Non propone alternative, non individua cause e responsabili precisi.

Ci sono solo dei leader che hanno più di uno scheletro nell’armadio, persone che hanno passati politici imbarazzanti, persone che hanno fatto parte fino a poco tempo fa dello stesso sistema di potere di cui adesso si lamentano, capipopolo locali che hanno contiguità con ambienti discutibili. E il popolo? Non esiste, non c’è mai stato un popolo siciliano, non c’è mai stata una direttrice unitaria tra Catania e Palermo, tra Siracusa e Agrigento, tra Ragusa, Messina, Trapani, Enna, Caltanissetta. Nulla. Solo fiammate represse nel sangue, una storia drammatica, fatta di oppressioni e spopolamento, che ha molti responsabili, non solo dentro l’isola ma anche nelle aree a nord del Paese. Non si è mai formato un popolo e si vede.  E questi capi attuali cosa chiedono? Cosa reclamano oltre alla tutela degli interessi particolari delle proprie categorie? Niente, né lavoro per i giovani, né diritti, né misure a tutela dell’ambiente, né investimenti sociali e culturali volti ad arginare la povertà.

E soprattutto nessuna parola contro chi frena davvero lo sviluppo di questa magnifica regione. Cinque lettere: mafia. Su questo si tace. Forse perché in una parte di questo movimento si mischia quella sostanza putrida che ha marchiato molti anni del ‘900 siciliano, quel miscuglio letale e maleodorante tra mafia e forze di estrema destra, su cui gravano sospetti più che fondati relativamente a eccidi, stragi, tentati colpi di Stato e omicidi eccellenti. Portella delle Ginestre, il golpe Borghese, l’omicidio Spampinato: la Storia, qualcosa che spesso ritorna, si fa sentire in questa terra fatta in maggioranza di gente onesta, piena di dignità, speranza, forza. Un popolo non popolo che però non si arrende anche se è sfiduciato, ferito. Così avviene che il malcontento per gli scippi che continua a subire finisca per drogare la coscienza e il pensiero di alcuni (pochi in realtà), che si sono fatti andar bene anche questa farsa, questo carnevale tragico, pur di sfogare la propria rabbia. Sprovveduti? Qualcuno. Inconsapevoli? Qualche altro.

E il resto? Il resto si è turato il naso, fingendo di non sapere con chi ha scelto di condividere la protesta. Eccoli i protagonisti: Mariano Ferro, ex Forza Italia ed ex Mpa, Giuseppe Richichi, leader degli autotrasportatori con una storia di rapporti stretti con la politica e in particolare con il centrodestra, Domenico Morsello, che è stato candidato con una lista legata a Raffaele Lombardo e ora partecipa al movimento guidato dall’”incorruttibile” Scilipoti. E poi ancora i legami tra i Forconi e Forza d’Urto con Forza Nuova, da cui è arrivato l’appoggio tramite il segretario catanese Bonanno che Morsello ha “ricambiato” nominando referenti per Calabria, Puglia e Lazio tre esponenti del partito neofascista. Per non parlare della simpatia espressa dalla Lega a cui alcuni membri dei Forconi hanno risposto positivamente. Come si fa a non sapere da che parte si sceglie di stare? Le categorie che protestano per delle ragioni concrete (vedi i pescatori, i piccoli agricoltori, alcuni gruppi di operai) come fanno ad accettare il qualunquismo dei compagni di protesta e gli atteggiamenti intimidatori e violenti attuati in diversi presìdi? E soprattutto, come mai queste categorie non hanno invaso le piazze quando c’era in carica il governo Berlusconi, tra i protagonisti del massacro dell’economia siciliana?

La puzza di marcio è forte così come è concreta l’idea che dietro tutto questo ci sia un disegno di ambienti politici identificabili per rendere ancora più precario l’equilibrio in una Sicilia in cui la politica è morta anni fa, in cui c’è una sinistra che non riesce a distinguersi, che partecipa al sistema clientelare oppure dorme un sonno profondo di rassegnazione putrefatta. Lo dimostra la singolare coincidenza che questo movimento si è formato proprio dopo la rottura tra Lombardo e il Pdl in Regione. Un caso? Probabilmente no. Qualcuno ha scelto la via “popolare” per destabilizzare il potere a vantaggio di un altro. La sostituzione di poteri: una sequenza macabra e insopportabile che scandisce la storia della Sicilia, specialmente in questi ultimi anni. Lotta tra faide, con metodi e scenari che variano, ma che hanno sempre la stessa logica alle spalle e, alla base, una tremenda debolezza della buona politica, figlia dell’assenza di una classe dirigente degna. Mossa reazionaria, dunque, non lotta rivoluzionaria. Per questo fa rabbrividire ciò che si legge e si sente dire sull’argomento.

A tutti coloro che in rete o per strada parlano di “un movimento che, al di là delle ambiguità, serve a smuovere le cose”, voglio rispondere con una serie di domande: siete contenti che la nostra amata terra, di cui vi siete improvvisamente riscoperti fieri dopo averla ignorata per anni, oggi sappia esprimere solo un movimento senza idee, ambiguo e che utilizza spesso l’intimidazione e la violenza per coinvolgere la gente? Siete fieri di avere tra i vostri combattivi capipopolo gente che per anni ha partecipato al banchetto della politica che oggi, in maniera generica e confusa, contesta? E voi che scrivete sulle vostre pagine facebook, che parlate, parlate, parlate…dove eravate quando nelle diverse realtà locali siciliane si combattevano le battaglie per difendere il territorio dall’assalto di predoni dell’industria del gas o del petrolio? Magari eravate con la controparte e urlavate “meglio morire di fumo che di fame”? Perché non siete scesi in piazza quando l‘Italia intera ignorava e umiliava i morti di Giampilieri prima e di Saponara poi? Dove quando Ferrovie dello Stato tagliava il treno notte e ci estrometteva dal Paese? E dove eravate quando gli uomini migliori che la Sicilia ha espresso denunciavano e morivano di solitudine nella lotta contro la mafia, una lotta per liberare anche voi che dormivate?

E voi agricoltori (quelli onesti) che protestate, perché non denunciate chi sfrutta gli immigrati, sottopagandoli, costringendoli a condizioni di lavoro disumane e fottendovi così sui costi e sul prezzo? E soprattutto perché non occupate i mercati ortofrutticoli, a partire da Vittoria, e non puntate i forconi sui clan e sui boss che gestiscono l’intermediazione e vi costringono alla fame? Perché non smettete di scaricare la crisi sugli altri, giustificando le paghe in nero e lo sfruttamento dei lavoratori con la storiella delle difficoltà economiche? Vi conosco, vi conosco molto bene e so che non siete la mia gente, non siete la mia terra, ma ciò che la umilia, la violenta, la sfregia. Siete quelli che avete accettato e foraggiato il clientelismo, avete votato sulla base delle vostre convenienze, avete regalato la Sicilia a Berlusconi e Dell’Utri, con quel 61 a 0 che mi fece provare vergogna.

Da tutta questa protesta, fatta colpendo la vita quotidiana dei vostri stessi conterranei, avete fatto emergere finora solo una richiesta: meno tasse e fondi europei per il sostegno all’agricoltura. Magari i vostri leader hanno già deciso come sperperarli. Altro che  rivoluzione. I rivoluzionari sanno amare, non minacciano il popolo che dicono di voler salvare. I rivoluzionari sarebbero andati nelle ville dorate e nei quartieri di mafia a stanare boss e colletti bianchi, senza paura, senza alcun tentennamento. Perché chi cambia la storia di un popolo non conosce paura. Ma voi non siete rivoluzionari e la Storia, per fortuna, vi ignora oggi e vi cancellerà domani.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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