Al nord arrivano delle minacce a un giornalista. Si penserà per qualsiasi motivo tranne che per mafia. Esatto. Applicando schemi concettuali anacronistici datati e miopi si potrebbe continuare a pensare che il fenomeno mafioso, nella sua più ampia accezione, si fermi in un qualche punto lungo una non meglio specifica linea orizzontale che taglia il nostro Paese sotto Roma. E invece no. Qualcuno, forse in molti l’hanno già capita. La storia di Giovanni Tizian è da questo punto di vista emblematica. Trasferitosi dal Sud vive e lavora a Modena. Ficcanaso, ostinato e metodico come solo chi sa fare veramente il mestiere di giornalista, comincia a indagare sulle infiltrazioni mafiose a Nord. Ma questo a “qualcuno” non piace. C’era chi diceva che la verità è rivoluzionaria, mentre a  questo “qualcuno” lo status quo piace assai. E così Giovanni Tizian riceve delle minacce. Messo in guardia da chi crede nel 2012 di poter ancora far tacere chi crede nel valore sociale della verità e del giornalista. Messo in pericolo da chi si sente padrone, attraverso la paura, delle vite altrui.

Una situazione sicuramente non facile da gestire a 29 anni, soprattutto in provincia. Due uomini di scorta e la speranza, come dice il nostro collega, che questa situazione finisca presto. Anche da questo si riconosce che nelle sue parole non ci sono vene di protagonismo, anzi la rabbia di chi vuole solo fare il proprio mestiere. Ma questa storia non può cadere nel dimenticatoio. Dobbiamo indignarci tutti insieme a Tizian. Uscire dalla schiavitù della paura e dimostrare a quei vigliacchi profittatori che forse hanno potere economico ma che il terrore è finito da un pezzo.  E così dobbiamo aiutarlo, dare il sostegno che merita e la risonanza a questa notizia. Parliamone, discutiamo, portiamo in televisione questo fatto e questo nostro collega. E soprattutto, gente del Nord, svegliatevi, non fingete di non sapere dove sia la mafia.

Dobbiamo alzare testa e sguardo. Uniti. A dimostrare, come fu per Saviano, che la bocca non si tappa più a nessuno. Che è finito il tempo delle omertà e dei giochi di equilibrio. La gente non ha più bisogno di sultani, manager, signorotti che si comportano da Innominati. Per far vedere a loro che non si può mettere il bavaglio a un uomo libero, e al nostro collega che il suo lavoro è apprezzato da tutti e che per questo deve continuare. Una croce, quella del martire, che non si merita nessuno tantomeno chi lavora per noi e per la società civile denunciando, in questo caso a proprio rischio, l’illegalità e il marcio che prova a corrodere questo Paese. Studenti, lavoratori, professionisti, industriali: siamo tutti Giovanni Tizian!

Penna Bianca –ilmegafono.org