Erano circa trecentomila le persone che scesero in piazza, a Roma, per denunciare, per la prima volta, che l’Italia era un paese razzista, attraversato da un sentimento d’odio pericoloso e funesto. Era il 7 ottobre del 1989, giorno della prima manifestazione antirazzista nel nostro Paese. Era passato poco più di un mese dall’assassinio di Jerry Masslo, rifugiato sudafricano che lavorava nelle campagne di Villa Literno (Caserta), ucciso da quattro balordi del posto, di età compresa tra i 17 e i 20 anni, in un tentativo di rapina ai danni di un gruppo di migranti che si riposavano dopo una giornata di durissimo lavoro. Erano i tempi in cui una Lega ancora debole e marginale cominciava a diffondere le prime forme di propaganda xenofoba, coadiuvata dal Pri e dall’Msi. Sono trascorsi 22 anni da allora e si scende ancora una volta in piazza per rivendicare il diritto di vivere e di essere cittadini di questo Paese, per esprimere la propria rabbia e il proprio dolore per l’ennesimo atto di insopportabile violenza razzista.

Diop Mor e Samb Modou, esseri umani, cittadini, persone, con nome e cognome. Non semplicemente “due senegalesi”, come se si trattasse di un gruppo distinto dal resto della società in cui vivevano. Vittime della follia ideologica di un criminale, spietato, freddo, sospinto da un desiderio macabro che striscia tra le orde di vermi ammassati dentro circoli pseudo culturali, dentro cloache di mezzi uomini, nostalgici senza cervello che giocano a riportare indietro una storia che li ha già cancellati. Spari nel cuore di una democrazia mutilata nei valori e nei principi del rispetto e della reciproca convivenza, un rimbombo sordo che sembra aver svegliato di colpo chi per anni ha sonnecchiato e sottovalutato, sminuito, assecondato. Ad aver premuto il grilletto che ha falciato Diop e Samb, nel cuore di Firenze, sono state tante mani, più o meno sporche, più o meno riconoscibili.

Non solo un criminale, non solo quegli odiosi rigurgiti dell’estrema destra che andrebbero fermati una volta per tutte: la colpa di quanto è accaduto è dell’intero Paese, di tutti gli indifferenti, i distratti, i perbenisti, i superficiali che popolano ogni città e provincia, costruendo intolleranza, chiudendo gli occhi di fronte alla costante umiliazione di migliaia di esseri umani, partecipando al banchetto in cui viene quotidianamente servita la distruzione di diritti fondamentali e irrinunciabili. Gli immigrati vengono esclusi ed emarginati, offesi, discriminati, etichettati sulla base di stereotipi figli di una propaganda martellante, che si incontra con il perbenismo marcio di chi da un lato oltraggia i migranti e dall’altro ne utilizza le braccia a basso costo, in un clima di assoluta impunità. Tutto questo lo si deve principalmente alla classe politica che in questi 20 anni, alternandosi, ha governato il Paese. Sono loro i mandanti dell’assassinio di Firenze.

Sono quelli che hanno votato leggi vergogna, sono quelli che si sono mostrati forti con i deboli e deboli con i forti, sancendo il primato della burocrazia più ottusa sulle esigenze legittime di un’umanità in movimento. Sono quelli che non si sono opposti abbastanza. Sono quelli che hanno fatto finta di niente per anni di fronte allo sfruttamento perpetuo nelle campagne di mezza Italia, per poi accorgersene solo di fronte alle proteste e alla reazione impetuosa di chi subiva e non ne poteva più. Rosarno, Castel Volturno, luoghi in cui l’uomo è rimasto schiacciato per anni, subendo per via del proprio bisogno di sopravvivenza, fino a quando però il limite non è stato oltrepassato. Lo Stato allora è stato costretto ad ascoltare, ma lo ha fatto in maniera debole, senza andare fino in fondo, senza proseguire nello spezzare le catene che segnano i polsi, le caviglie, le vite di chi ha avuto il coraggio di ribellarsi. E quei luoghi sono il simbolo, sono la facciata dietro cui si celano tanti altri nomi e luoghi di sfruttamento ed orrore, città e zone d’Italia che costituiscono le rotte e le tappe obbligate per la sopravvivenza.

I due ragazzi uccisi a Firenze sono le vittime sacrificali di un’Italia che adesso non può più tergiversare, non può più fermarsi ai simboli, ma deve passare alle misure concrete, per fermare l’odio e il razzismo e riconoscere i diritti. Innanzitutto reprimere e dichiarare illegali tutte le formazioni di estrema destra e di chi fa apologia del fascismo o del nazismo, nel rispetto della Costituzione e dei principi fondativi della nostra democrazia. E sanzionare duramente atteggiamenti, frasi e comportamenti di uomini politici e delle istituzioni. Se di fronte ai “buu” razzisti negli stadi è prevista la sanzione delle società sportive e la sospensione delle gare, non si capisce perché parlamentari, sindaci e altre mezze cartucce della Lega o di altri partiti non possano subire sanzioni severe per dichiarazioni o gesti razzisti. Bisogna educare gli italiani e chi li rappresenta, partendo dal linguaggio e da una nuova ventata di pensiero democratico. E soprattutto c’è bisogno di interventi, di misure di apertura verso il mondo che giunge dentro i nostri orizzonti, verso l’umanità e la sua straordinaria ricchezza culturale.

Parlare di quote, di flussi, cadere nel tranello che la crisi richieda barriere (quando gli economisti di tutto il mondo sottolineano l’importanza dell’immigrazione nel produrre ricchezza) è strumentale e fuorviante. Ed è ora che anche dentro il Pd lo si capisca bene. Perché non bastano le dichiarazioni di circostanza e il rammarico per quel che è accaduto a Firenze, se poi non si ha il coraggio di scegliere di stare dalla parte degli ultimi, per paura di perdere il consenso di una parte del popolo che si ubriaca con la balla della “questione sicurezza”. Se vogliamo rendere giustizia a questi morti, così come a quelli di Castel Volturno, a Masslo e ai tanti altri caduti per la violenza o l’indifferenza di questo Paese, dobbiamo ascoltare la voce di tutti coloro che ne hanno condiviso le dinamiche di vita, le condizioni, i sogni, le frustrazioni, le ingiustizie e le speranze. È ora che proprio quelle speranze si trasformino in realtà. Anche in questa orrenda Italia.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org