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L’Unità d’Italia celebrata dentro un tram

Seduto su un tram in un venerdì sera tiepido che mi riporta a casa, al termine di una lunga giornata di lavoro, vedo dinnanzi a me una ragazza molto giovane, non avrà più di 18 anni. Ha i tratti del viso orientali, chiara prova di origini cinesi o giapponesi (propendo più per quest’ultima ipotesi). Ha lo sguardo concentrato, tutto rivolto alle pagine del libro che sta leggendo. La osservo, allegramente incuriosito da quella passione per la lettura, dalle espressioni improvvise dei suoi occhi mentre si immedesima in ciò che legge: stupore, perplessità, interrogativi rapidi. Il libro, con la sua copertina gialla, non è in lingua orientale, ma è l’edizione in lingua italiana de “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, che racconta la Germania del periodo dell’ascesa hitleriana al potere, attraverso l’amicizia tra un ragazzo tedesco ed uno ebreo. Non c’è da stupirsi, perché quella ragazza davanti a me è italiana esattamente come me. Sorrido nell’osservarla così immersa nella sua lettura da non sollevare mai lo sguardo, come se il continuo via vai dei passeggeri non esistesse, come se il trambusto del mezzo sulle rotaie e le brusche frenate non si sentissero.

Le parole di quel libro assorbono tutti i suoi pensieri. Ho sempre pensato che la lingua italiana fosse nata per rendere unica la letteratura e la poesia. Così come ho sempre visto l’Italia come un Paese capace di grandi gesti e di straordinaria umanità. Poesia e capacità d’amare: ecco come dipingevo l’Italia da bambino. Ho imparato negli anni che non è un’immagine appropriata e che c’è tanta retorica nel descrivere le caratteristiche di una nazione. Soprattutto perché non siamo mai stati nazione, nel bene e nel male. Sono 150 anni di storia, passati attraverso continue divisioni e tensioni, momenti tragici, sconfitte, ripartenze durissime. Gli italiani non sono mai stati un popolo, ma un insieme di comunità con le proprie tradizioni e caratteristiche difese gelosamente, sfociate in campanilismi idioti, in chiusure ottuse. Anche per questo ancora oggi la gran parte dei cittadini fatica a comprendere che anche chi ha gli occhi a mandorla o la pelle nera o magari un velo in testa è un nostro connazionale.

Il concetto di seconde generazioni non vuole entrare nella testa di un Paese che poi dà la carta d’identità a chi lo vorrebbe spaccare in due, ancor più di quanto già non lo sia, a chi lo rifiuta, insultando il tricolore, sostituendolo con bandiere verdi e simboli celtici. Penso a quella ragazza che legge quel libro sul tram e contrappongo quest’immagine al declino culturale dell’Italia, ai tanti ragazzi che non leggono, non si informano, ai rappresentanti istituzionali che collezionano gaffe su gaffe, ignoranti ma furbi, di quella furbizia tipica di un salumiere analfabeta che ti frega barando sul peso del prosciutto. Come sta l’Italia 150 anni dopo l’Unità? Malissimo, in condizioni disperate. Abbiamo avuto momenti più difficili, si pensi al fascismo o ai terribili anni di piombo, ma quello attuale è un Paese che ha mollato, che ha smesso di resistere, ingabbiato dall’assoluto prevalere degli interessi particolari.

Non basta sventolare i tricolori, mostrarsi goffamente ed erroneamente patriottici quando muore un soldato, perché l’amore di patria non si esprime con modelli vecchi e anacronistici. Amare l’Italia significa unire il popolo attraverso gli esempi, educandolo, istruendolo. Amare l’Italia vuol dire pensare a creare opportunità di espressione e di lavoro per i giovani, evitarne la fuga all’estero, combatterne lo sfruttamento in ogni luogo e con ogni mezzo. Amare l’Italia significa includere, far sentire italiani tutti coloro che sono nati qui e anche quelli che ci sono arrivati dopo e che qui vivono, lavorano, spendono, facendo crescere la nostra economia, arricchendo la nostra cultura. Non è accettabile che si polemizzi su una festa nazionale, che si perda tempo ad ascoltare le parole stridule e rozze di uomini in verde, guidati da un povero svitato che gioca a fare il rivoluzionario secessionista sedendo tra i banchi dorati e fruttuosi delle aule romane.

Non è accettabile che l’Italia celebri questo anniversario importante in un momento in cui dispone di una classe dirigente pessima, deprimente, imbarazzante. Di fronte a questo Paese che non è nazione, a questa terra magnifica spaccata in mille pezzi, divisa su tutto, inquinata dalle peggiori forme di sporcizia esistenti, insanguinata, offesa, squarciata dal piombo delle sue tante mafie, vorrei ricordare quelle cose che mi fanno ancora sentire, in piccola parte, italiano e mi fanno ancora amare questo Paese, ripensando a quegli uomini che, anche per un istante, lo hanno fatto grande. A cominciare dalla Resistenza e da tutti quegli intellettuali di varia estrazione culturale e politica che guidarono l’antifascismo e che si rimboccarono le maniche ricostruendo uno Stato che si trovava in ginocchio e dando vita ad uno dei testi costituzionali più belli e moderni che abbiamo l’obbligo di difendere da chi lo vuole distruggere.

E vorrei continuare con i tanti volti che hanno segnato il pensiero e la cultura del ‘900: scrittori, poeti, scienziati, artisti, registi. E poi le tantissime facce anonime che, ogni giorno, insieme, unite da generosità e purezza, formano il volto gentile del volontariato. E ancora tutti coloro che hanno combattuto contro le ingiustizie, contro la mafia, per amore della verità e del proprio Paese, continuando a lottare pur se consapevoli di andare incontro alla morte, credendo nello Stato nonostante sapessero che proprio quello Stato che servivano fedelmente li stava abbandonando al loro destino.

E il mio pensiero va a chi ancora lotta, a chi raccontando e svelando il marcio cerca di spingerci a liberarcene ed a smettere di far finta di non vedere per comodità. E vorrei ricordare tutti coloro che questa malridotta Italia l’hanno amata così tanto da renderla meta della propria speranza. Vorrei che la passione di quella ragazza sul tram per un libro in lingua italiana da leggere e sfogliare fosse la stessa passione di un popolo colto, capace di riempire altre 150 pagine di questo libro chiamato Italia con parole migliori di quelle purtroppo già scritte.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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