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La primavera araba secondo Adib

La primavera di rivoluzioni arabe iniziata con le rivolte in Tunisia è un evento “formidabile”, che apre scenari impensati. “C’è una nuova generazione che guarda alla modernità e alla parità dei diritti: tra uomo e donna, tra ricco e povero, tra forte e debole. Una generazione mossa da sentimenti laici e lontani dal “fondamentalismo” islamico e da un ottuso nazionalismo pan-arabo”. A sostenerlo è Adib, giornalista curdo iracheno che vive in Italia. Adib ha studiato, si è laureato e ha sempre lavorato in Italia, ma non ha mai dimenticato le sue origini. Per lavoro segue tutto ciò che può leggere, ascoltare e vedere su tv, giornali e siti arabi e l’idea che si è fatto sulle rivolte del Nord Africa e in particolare su quali possano essere le loro ripercussioni sull’Italia e sull’Europa è diversa da quella di molti analisti di “questa sponda del Mediterraneo”.

“Non condivido affatto la paura di un esodo biblico di immigrati verso l’Italia – afferma Adib-. Le cose non stanno così, soprattutto per quanto riguarda la Libia che, grazie alle sue ricchezze petrolifere, è stata sempre meta di moltissimi giovani in cerca di lavoro. Gli immigrati arabi e africani che stanno fuggendo dalla Libia lo fanno per paura. Sono medici, insegnanti e tecnici che con i soldi che hanno guadagnato hanno sostenuto le loro famiglie e non vedono l’ora di tornare in patria. Aspettano di tornare in Libia, una volta passata la crisi. Non pensano di emigrare in Europa; basta ascoltarli e sentire i loro discorsi presso i valichi con la Tunisia e con l’Egitto.

Aziz ritiene esagerato l’allarme delle autorità italiane. “Anzi – dice – credo che questa primavera di rivoluzioni arabe sia una cosa formidabile. In Egitto, come in Tunisia, ma anche in Libia, non ho sentito nessuno gridare morte a Israele o morte all’America. E non è poco. È il segnale inequivocabile della sconfitta di al Qaeda e del fondamentalismo islamico. Siamo di fronte a una nuova generazione, a un popolo di Internet che guarda alla modernità con occhio laico. Una generazione che definirei ‘successiva alla guerra con Israele’, che non ha subito il sentimento della naqba (la disfatta) e della perdita della Palestina”.

Per Adib, “l’Europa e, in modo particolare, l’Italia devono gioire dei sommovimenti in corso perché all’orizzonte, se si saprà aiutare le nuove generazioni e alimentare le loro idee con un atteggiamento solidale, ci sono trasformazioni importanti, in grado di portare grandi benefici a questa parte del Mediterraneo”. “E non parlo solo di vantaggi economici – continua Adib -. Qui sono in gioco valori fondamentali per garantire il futuro di tutti: si chiamano libertà, democrazia e uguaglianza. Valori che la dottrina dell’ex presidente americano George W. Bush non ha saputo esportare con la forza delle armi. Facebook, Twitter e Google sono state le armi intelligenti dei giovani che hanno sconfitto dittature e fondamentalismi”.

Ma in Libia c’è il rischio di una guerra civile?

”Al di là del fatto che quello del colonnello Muhammar Gheddafi è un regime dispotico che sta cercando di difendersi a costo di un bagno di sangue della popolazione libica”, è innegabile che, ogni giorno che passa con Gheddafi ancora in sella, la Libia si avvicina sempre di più a una vera e propria guerra civile. Allo stesso tempo, non bisogna sottovalutare il rischio del fondamentalismo islamico; la rivolta libica, infatti, è diversa da quelle che l’hanno preceduta; il paese storicamente è diviso in due parti, ad est la Pirenaica, tradizionalmente secessionista, e a ovest la Tripolitania. Gheddafi proviene dalla zona centrale di Sirte e ha saputo controllare le due aree del paese grazie alla sua proverbiale “origine levantina”.

E come pensi che possa evolvere la situazione nella Jamahiriya di Gheddafi?

Tra i capi dei rivoltosi a Bengasi stanno emergendo personaggi salafiti che sono l’espressione di una dottrina intransigente dell’Islam sunnita. Il paese è popolato da centinaia di tribù armate di difficile controllo e infine manca una figura carismatica che possa guidarlo. Il rischio è quello di trovare un Karzai libico (il riferimento è al capo dello Stato afgano, Hamid Karzai) che trasformi il paese nordafricano in un nuovo Afghanistan; insomma una nuova Somalia alle porte dell’Europa.

Quale sarà il prossimo leader arabo a cedere sotto la pressione delle rivolte popolari?

Anche se in questi casi è molto facile sbagliare, possiamo fare delle previsioni. C’è un gioco divenuto molto popolare di recente sui siti web arabi: è il “gioco dei birilli” in cui vince chi indovina quale sarà il prossimo regime a cadere sotto i colpi delle rivolte popolari. Dopo Ben Ali (ex presidente tunisino) e Hosni Mubarak (ex presidente egiziano) la prossima vittima delle manifestazioni di piazza potrebbe essere Abdullah Saleh, al potere nello Yemen da quasi 33 anni. Se in Tunisia e in Egitto tutte le classi sociali e l’esercito si sono uniti nella ribellione contro il regime, nello Yemen il fronte delle opposizioni è assai composito e si divide tra ribelli sciiti del nord, secessionisti del sud e integralisti islamici del centro. In pratica, però, solo l’esercito è rimasto fedele al Presidente da quando sono iniziate le proteste contro le iniquità del regime, alcuni giorni fa. Saleh ne è consapevole e, nelle ultime settimane, ha cercato di andare incontro alle rivendicazioni sociali ed economiche della popolazione nella speranza di uscire di scena “in modo dignitoso”. L’opposizione, tuttavia, sembra non volere altro che la sua estromissione definitiva, assieme al sistema che ha dominato il paese in tutti questi anni, e non accetta nemmeno la formazione di un governo d’unità nazionale. L’immagine di Saleh è ormai quella di un uomo solo e abbandonato, anche dai suoi alleati internazionali, l’Arabia Saudita nella regione mediorientale e gli Stati Uniti. Il destino del regime yemenita appare quindi davvero segnato; d’altra parte non si comprende chi, tra i paesi vicini, possa dare una mano a Sana’a. Tra gli sceicchi del Golfo infatti regna la paura per il proprio destino e non è escluso che il vento della rivolta possa lambire anche la stessa Arabia Saudita.

redazione -ilmegafono.org

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La firma di redazione, un’usanza a cui non potevamo rinunciare. Ma tranquilli, dietro i nostri pezzi ci siamo sempre e solo noi. Nient’altro che noi.

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