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Siracusa, specchio di un’Italia che fallisce

Siracusa è la provincia con la zona industriale più grande del Sud, con un polo petrolchimico e della raffinazione che, tra grandi stabilimenti (Erg, Polimeri Europa, Esso, Sasol, ecc.) e aziende dell’indotto, occupa complessivamente circa 10mila lavoratori. È anche un territorio ricco di preziose risorse naturali e turistiche. Eppure Siracusa è in piena crisi occupazionale. I sindacati stimano in 80mila il numero dei disoccupati (19%). Un dato allarmante, in costante crescita, soprattutto in alcuni settori. La Cgil afferma che “nei primi mesi del 2010 nel solo indotto industriale e nell’edilizia abbiamo perso altri 1500 posti di lavoro, che si aggiungono ai circa 3000 persi nel corso del 2009”. La contrazione dei livelli occupazionali nella grande industria ha interessato circa 300-400 operai a tempo determinato, fuoriusciti a causa del completamento delle manutenzioni straordinarie (le cosiddette “fermate”) e delle ristrutturazioni, mentre, seppur con qualche oscillazione negativa, rimane comunque stabile l’occupazione nel settore delle manutenzioni ordinarie degli impianti. Altri elementi di difficoltà nascono da specifiche situazioni aziendali o di settore, come mostrano  i casi della Progema, grossa impresa metalmeccanica finita in liquidazione, e della Siteco, che realizza pale eoliche, bloccata dallo stop della Regione seguito allo scandalo sulle infiltrazioni mafiose nell’eolico.

Circa 700 i lavoratori colpiti dalla perdita del lavoro o finiti in Cig straordinaria. Nella grande distribuzione, invece, emerge il caso della catena “Simply”, che ha deciso di chiudere due punti vendita, mettendo alla porta una trentina di lavoratori. Il problema maggiore, però, concerne l’accesso al lavoro, specie per i giovani, ancor più se qualificati. Siracusa è una città fantasma. Intere generazioni si sono spostate altrove a cercar fortuna, abbandonando un’area in cui l’accesso al lavoro avviene principalmente attraverso sistemi clientelari che, nel periodo elettorale, toccano il loro apice. La meritocrazia è una chimera. Chi riesce a trovare un impiego regolare lo fa accettando uno stipendio basso, firmando dimissioni in bianco o buste paga che riportano cifre più alte dell’effettivo saldo. Poi ci sono i lavori a provvigione, in cui il numero di “cacciatori” di percentuali è eccessivo rispetto all’entità del mercato. Un target ridotto per un esercito mastodontico. Difficile programmare il futuro. Così si sceglie di partire. Magari con una laurea in mano. Come ci racconta S., 32 anni, laureata presso una prestigiosa università del nord Italia. Sei anni fuori a studiare, poi un impiego di alto livello in una grossa compagnia.

Dopo qualche anno però la proprietà viene rilevata da una multinazionale che cambia tutto l’organico dirigenziale. S. allora decide di tornare, dopo 11 anni, a Siracusa: “Una volta perso il lavoro ho scelto di cercare un impiego qui. Dopo un anno passato a girare le agenzie di lavoro ed inviare curricula, sono riuscita a trovare lavoro in un’azienda. Dieci ore al giorno per 5-6 giorni, senza uno straordinario pagato, assunta in prova per tre mesi. Al momento della scadenza mi hanno offerto un contratto ad una cifra fittizia, ben diversa da quella risultante sulla carta. Ho rifiutato”. S. non demorde, fa qualche lavoro in nero, si presenta a decine di colloqui, ma spesso paga il suo essere troppo qualificata: “Appena leggevano il mio voto di laurea con lode mi congedavano. Una volta non ho potuto partecipare ad un colloquio con una banca, perché era richiesto un voto di laurea più basso! Pensavo scherzassero”. Due anni senza un lavoro stabile, in attesa, sono frustranti. Così, devi rimetterti in moto e andare via. “Sono depressa. Amo Siracusa e vorrei viverci, ma non posso. Tra due settimane torno al Nord. Qui non ci sono speranze”. Un’amarezza che mostra il fallimento di un’intera società. Siracusa agonizza sotto l’inerzia del mondo economico e politico, impegnati a dividersi affari e territorio. Nessuna attività di sostegno per l’occupazione, formazione pressoché inesistente e slegata dalle esigenze di mercato.

E indigna leggere le cifre per i incarichi pubblici: all’IACP 94000 euro annui all’on. Raffaele Gentile, socialista ed ex sottosegretario ai Trasporti; 76000 euro a Maurizio Scollo, esponente del centrodestra locale; 49000 euro all’ex assessore provinciale Michele Oliva; 32000 euro all’ex sindaco di Avola, Elia Li Gioi. A ciò si aggiunga lo scandalo delle agenzie per lo sviluppo del Comune di Siracusa, nate, su iniziativa della giunta guidata dall’ex sindaco ed attuale assessore regionale del Pdl, Titti Bufardeci, per gestire 450 lavoratori tra precari (Lsu, ex art. 23) e addetti ai servizi esterni (Pubblicità, trasporti, affissioni), ma che in realtà non hanno mai operato e sono clamorosamente naufragate per gli esorbitanti costi che avrebbero comportato per la collettività. Ma il loro fallimento non ha evitato l’elargizione di compensi per decine di migliaia di euro ai loro amministratori. Nel mondo dei comuni mortali, invece, chi lavora lo fa a basso salario e senza diritti sindacali. C’è chi si accontenta, pensando che comunque un lavoro ce l’ha. Poco importa se sottopagato e senza diritti. È il tessuto sociale di questa provincia che si sfilaccia e ti stritola. Ed allora meglio liberarsi dalla morsa, costi quel che costi.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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